Zucchero intervista per Playboy completa 2016

Pubblicato il 5 agosto 2025 alle ore 13:46

Questa non è una classica intervista a Zucchero. Nel senso che, sì, si parlerà, e molto, di “Black Cat”, l’ eccellente nuovo album dell’ Adelmo Fornaciari in arte Zucchero o Sugar oltreconfine, uscito da pochi giorni è già al top delle classifiche. Così come si ricorderà la maratona di date, dieci in tutto, all’ Arena di Verona dal 10 al 28 settembre, che saranno seguite dal tour europeo già sold out da tempo. Non ci sarà invece il solito mega elenco di duetti e partecipazioni (vabbé, citiamo Miles Davis per “Dune mosse”) che da solo riempie un paio di pagine di Wikipedia. Perché lo sappiamo tutti che il Fornaciari da Roncocesi, classe 1955, di cose in giro per il mondo ne ha fatte tante., e molti colleghi forse solo un po’ pigri le ricordano sempre per riempire facilmente le righe dei giornali, coi nomi di Pavarotti, Sting, Clapton e via dicendo. Andiamo invece più sul difficile, sul personale, sui sentimenti e, ovviamente, sulla musica. Che, ricordiamo, moglie – la seconda – e figli – tre. Due femmine grandi e un maschio ancora piccolo – a parte riempie da tantissimi anni la vita, le notti, le opere e i giorni dell’ artista italiano forse più rispettato e amato nel Mondo. Playboy ha incontrato Zucchero in un clima rilassato e complice, che ha prodotto un’ intervista molto particolare che ci farà conoscere, anche spiritosamente e con qualche coloritura verbale, molti suoi aspetti sconosciuti. A partire dal momento in cui tutto è cominciato veramente.

E’ giusto dire che la svolta della tua carriera, e forse della tua vita, è stata al Festival di Sanremo del 1985 con “Donne” che, fu il tuo primo grande successo?

“Giustissimo. In quel periodo c’è stata una ribellione dentro di me perché fino a quel tempo… Sì, anni prima mi avevano fatto un contratto discografico perché avevo vinto Castrocaro, e allora chi vinceva lì automaticamente andava al Festival; un po’ come per i talent oggi, più o meno. Ma allora era sicuro. Forse mi presero solo per quel motivo. Anzi, la Intersong mi voleva fare un contratto solo come autore perché avevo già scritto canzoni di successo. Mi davano 500mila lire al mese. Non ci campavi, però…

Come cantante, o cantautore, invece?

Mi sono sentito dire da direttori generali che non avevo la faccia, non ero bellino. Nonostante io avessi portato dei provini che già strizzavano l’ occhio al blues, al rhythm’n blues e al soul, questi non interessavano a nessuno. Mi facevano fare la passerella nei corridoi con tutte le segretarie, e chiedevano: “Come lo vedete?” Una diceva:“Sportivo, ma non troppo”. L’altra: “Casual”. Eccetera, eccetera. Io ero un pesce fuor d’ acqua… E mi dicevano: “Dovresti cantare come tra Cocciante e Riccardo Fogli”. E io: “Va bene… Ma i miei provini non vi piacciono?”. “No, no. Per l’ amor di dio… “. Dopo due Sanremo in cui andavo come volevano loro e non succedeva un cazzo c’è stata una ribellione”.

E tu cosa chiedevi?

“Semplicemente di fare quello che avevo in testa. “Datemi questa possibilità”. E invece di darmi la possibilità mi dettero la liberatoria, come ai calciatori. Comunque un brav’uomo, che dio lo benedica, che si chiama Sergio Poggi, devo essere sincero, e che era il direttore artistico della Polygram sotto Bruno Tibaldi, che era il direttore generale, dopo aver visto la mia disperazione per essere stato mandato via mi disse: “Ma no. Sta’ qui. Dammi un’ oretta. Fammi parlare con il direttore generale. Vedo cosa posso fare”. Tornò dopo un’ ora e mezza e mi disse: “Guarda, sono riuscito a farmi dare 40 milioni. Con questi 40 milioni tu puoi fare il disco che vuoi, ma questa è l’ ultima spiaggia. Dopodiché non c’è n’è più”.

E allora cosa hai fatto?

“Ho preso i 40 milioni e me ne sono andato a San Francisco e ho chiamato Corrado Rustici, un amico musicista e arrangiatore che si era fatto un nome suonando con Aretha Franklin e Narada Michael Walden, e così era entrato nel giro giusto della grande musica. Gli ho detto: “Corrado, io ho 40 milioni e devo tornare a casa con il disco””.

E lui cosa rispose di primo acchito?

“Ovviamente “Ma dove vuoi andare?”. E invece, e lo dovrò sempre ringraziare, mise assieme dei super musicisti a partire da Randy Jackson, Narada Michael Walden e lui. Ci chiudemmo nello studio di Narada a Sausalito e in sei giorni facemmo tutte le basi di “Zucchero e Randy Jackson Band”. Tornato a Milano in Polygram e, all’ ascolto, nessuno pensava che fossi io a cantare. Era un altro! E grazie a dio tra i brani c’era “Donne” a cui Alberto Salerno fece un testo bellissimo. E. ripeto, come ultima spiaggia mi mandarono a Sanremo. A dire il vero, il patròn Ravera aveva sempre creduto in me e difeso e così andai a per la terza volta a Sanremo con tutta la band”.

Io, di quell’ anno, ricordo il cappellino che portavi con la scritta “Navigare”…

“Pensa che per quel cappellino rischiai di essere eliminato! La “Navigare” mi dette cinque milioni per portarlo. Per me erano tanti soldi. La condizione era: “Se arrivi in finale. Sennò non te li diamo”. Arrivai in finale, ma il pomeriggio di quel giorno la Rai ci disse di fare la prova generale con i vestiti che avremmo messo la sera. Finita la prova mi chiama Ravera e mi dice: “Ahò, vie' qqua! Non vorrai mica metterti il cappellino con lo sponsor stasera, perché io te sbatto fuori! Non scherziamo!”. Io che faccio? Ci rimetto cinque milioni che avevo una fame, una bambina piccola, non avevo una lira e il mutuo”.

Situazione di contrabbando, come diceva Jannacci. Cosa hai fatto?

“Cosa ho fatto? C’era un amico di Carrara che mi faceva da assistente e gli dissi di tenere due cappellini: uno senza sponsor e uno con la scritta. Poi avrei deciso all’ ultimo momento. Poi quando tocca a me, e non mi potevano certo bloccare in diretta, mi presento per la mia performance con il cappellino giusto. Vabbè, sono arrivato penultimo, e Ravera non la prese bene e mi fece un culo come un paiolo. Forse se fossi andato da lui e gli avessi detto: “Commendatore, mi danno un sacco di soldi. Ne vuole un po’?...”. Ma per fortuna il giorno dopo tutte le radio trasmettevano “Donne”, che fu la numero uno di quel Festival”.

E’ lì che hai capito che le donne ti portavano bene?

“Li ho capito che potevo fare una musica che non era ancora quella che volevo fare, ma che questi ingredienti soul e blues potevano funzionare anche in Italia. Dopo con “Blues” sono andato ancora più avanti Avevo preso più fiducia, e ancora di più con “Oro, incenso e birra”.

E così quello che poteva sembrare turpiloquio e sesso abbastanza esplicito divenne poesia. Hai mai avuto vere grane, denunce o cose del genere?

“Beh, c’è un episodio che pochi sanno. Quando feci la “Libidine” con “religione cattolica”, molto “diplomaticamente” il cardinal Rubini, no Ruini, mi mandò a casa il libro “La vera storia dell’ Azione Cattolica” con dedica. Ce l’ ho ancora: “Il tuo ammiratore cardinal Ruini” di Reggio Emilia. Forse voleva che mi documentassi meglio. Poi mi chiamò quello di CL. Non Formigoni ma uno dei capi. La “Libidine” era numero uno in tutte le radio e funzionava da dio, appunto. Era il “singolo” dell’ estate. Mi invitavano al raduno di Rimini di CL per fare un concerto e io mi chiedo: “Perché chiamano me in questo momento in cui la “Libidine” è dappertutto? E’ una provocazione?”.

Benissimo, ci vado”. E loro: “Vogliamo te perché sei un artista fantastico” E io: “Ma io canto la “Libidine”… “. E loro: “Canta quello che vuoi!”.

Meglio di così…

“Tra l’ altro c’era la diretta su Raiuno. Faccio le prove al pomeriggio con la “Libidine”. Si avvicina uno, incravattato e bello pulitino e mi dice: “Ma con tutte le belle canzoni che hai devi fare qui proprio questa?” E io: “Ma allora non ci siamo capiti… “. Insomma, arrivano in tre o quattro, e tutti con la stessa storia. Praticamente un capannello troppo ingombrante, quasi minaccioso. Allora ho detto: “Va bene. Posso evitare, eccetera”. E tutti: “Ma che bravo questo cantante”. In camerino faccio andare a prendere in affitto dei vestiti da prete e ai bis faccio vestire tutti i musicisti in tonaca. Vado su e attacco la “Libidine”! Le telecamere non sapevano più dove andare! Finita l’ esibizione mi hanno dovuto portare via perché erano incazzati neri…Non il pubblico. Arrivavano mutandine e reggiseni. Erano gli organizzatori!”.

E’ difficile spiegare oggi la portata di un gesto del genere.

“Io ho sempre fatto quello che mi sentivo, a rischio di pagare di persona. Anche questo, in fondo, è essere blues, appunto”.

Cosa pensi dei giovani cantanti italiani?

“Dotati vocalmente ce ne sono. Non è che manchino le belle voci anche tra quelli che escono dai talent. Da lì a dire che sono artisti nel giusto senso del termine, è anche molto difficile, perché i discografici non te ne danno il tempo, non puoi vivere veramente da artista. Si parla più del look e del milione di contatti. Poi vai ad ascoltare il disco ed è fatto male. Fatto male… E’ tirato via per i capelli. C’è anche una crisi di repertorio perché una volta c’erano più autori al servizio dell’ interprete. Adesso gli autori se solo hanno mezza voce si cantano le loro canzoni. D’ altronde non c’è più lo stimolo, a parte dare brani a gente come Vasco, o come me o Ligabue, perché per gli altri i numeri di vendita non ci sono più, e nemmeno il guadagno per gli autori”.

Quali sono i brani meglio riusciti di “Black Cat”?

“Musicalmente, amo molto “Terra incognita”, che sembra quasi una musica da film. Ma in generale sono tutti lavori ben riusciti. Poi, a parte gli amici che suonano o firmano i brani, in “Hey Lord” e “Love Again” all’ inizio le voci che si sentono sono canti di prigione, le “prison song” con il suono delle catene degli schiavi neri che uso per “fare ritmo”, così come ho usato il suono di un bidone, di quelli del petrolio, che tengo ancora in studio e ho trasformato in stufa facendo un buco e mettendo un tubo, e vado a legna. Picchiato con una mazza fa un suono metallico che ho tenuto in molti brani. A proposito di ricerca dei suoni… “.

Si può dire che si tratti di un album solido, quindi. So che tutti, ma proprio tutti, ti hanno chiesto il significato del titolo. Chi sono io per non farlo?

“Va bene. Visto l’ entusiasmo, si tratta di un gergo dei neri d’ America e anche dei musicisti. Che salutandosi o chiamandosi a voce dicono “Hey cat!” oppure “Hey black cat! Andiamo a bere qualcosa”. E’ anche una cosa tipica dei cori gospel, che io uso spesso nei dischi, E’ come dire “Ciao uomo!”. E mi piaceva come suono. Il disco è nero, ed è libero come una gatto, che fa quello che vuole. E mi è andato subito bene”.

Disco d’ amore e sentimenti sociali? L’ amore al centro della tua musica e del tuo mondo?

“Nel mio caso, d’ amore ho parlato spesso. Quasi tutti i miei album, insomma, parlano d’ amore. Ci può essere l’ amore del ricordo di una relazione, ma io tendo a parlare di un altro tipo di amore. Più allargato. Nei brani veloci tendo a sensualizzare e sessualizzare la musica. Questo viene anche un po’ dalla tradizione da cui attingo. Da cui sono sempre stato influenzato, e in primo caso dalla musica nera. Anche lì sono abbastanza espliciti. Se guardi Muddy Waters… Ma i Rolling Stones stessi., Fa un po’ parte del mio stile, da “Il mare impetuoso al tramonto” si passa a “Porca loca” alla nuova “Tortura della luna”.

In “L’ anno dell’ amore” canti di “biga e batacchio” che, per così dire, si incontrano.

Si tratta di essere più calibrati o meno. I bluesman sono poco calibrati: sono molto espliciti, in maniera strafottente. Un po’ come nella musica della Motown degli anni Sessanta .Io sono molto coinvolto nell’ amore. L’ amore per la mia terra, l’ amore per le mie radici così profonde ci nono in tutti i miei dischi, come in “Diamante”- “Terra incognita” è una canzone d’ amore. “Ci si arrende” è una canzone d’ amore”. E poi c’è l’ amore fisico, esplicito, gioioso. A me non piace raccontare l’ amore patetico, drammatico, l’ amore mieloso. Io non dico “ti amo” però in questo album dico “Ti voglio sposare”, con una musica così violenta, così distorta diventa quasi una dichiarazione.”.

Tu sei un artista di prima grandezza in tutto il mondo, eppure continui quasi a scusarti per questo successo rimanendo fin troppo modesto, dicendo che “i veri bluesman” sono sempre gli altri. Perché?

“Sei carino a dirmi questo e ti ringrazio. Ma non vorrei neanche generalizzare. Io forse non sono rock e non sono blues. Altri miei colleghi definiti “rock” non sono rock, perché non vivono da e non fanno vero rock.. Io non è che non voglia dare valore a quello che faccio, però il blues ha una struttura ben precisa, che è il giro di Mi maggiore ed è sempre quello. Rinnovare un blues e fare un blues nuovo non ha senso. Nel momento che cambi questi temi non è più blues Il blues è Robert Johnson, è Muddy Waters. Anche i Rolling Stones sono più blues, e infatti si parla di British blues. Se mi definisci “italian blues” mi va benissimo e sono anche contento che mi si dica così. Gli “incisi” (ritornelli. Ndr) che faccio io, perché sono italiano ed emiliano, non fanno parte del blues. Io sono molto rigido per questo. Ti posso dire invece che io ‘sono blues perché mi sento blues’. Lo sono nell’ anima, perché sono nato in Emilia. Se fossi nato da una alta parte non lo sarei stato. Però invece e per fortuna fa parte di me”.

Nel disco suona la batteria Jim Keltner, che ha 73 anni e ha suonato con i più grandi, a partire da Bob Dylan. Perché questa scelta?

“E’ il mio idolo, da quando suonò in “Mad dogs and englishman” di Joe Cocker. Ha un modo di suonare che non ho mai più trovato in nessun batterista. Portarlo in tour? Magari! Ma non si muove più, non ha più voglia”.

Ho come l’ impressione che da molti anni le grandi star della musica mondiale non ti facciano una cortesia a suonare e duettare conte, ma che sia il contrario… Vedi Bono in questo disco

“Ma hai visto quante parole ci sono in “Street of Surrender”? Io di solito me la cavo con al massimo tre tracce di voce, e c’è subito quella buona. Per questa canzone ho dovuto farne una decina. Anche il produttore mi diceva che per un inglese è impossibile… E stiamo parlando di Don Was, il produttore dei Rolling Stones e Bob Dylan. Mi sono veramente fatto un culo così!”.

D’ altronde è una canzone importante, che parla degli attentati di Parigi, dei bambini emigranti., di emarginazione e bisogno di aiuto.

“E’ chiaro che l’ attenzione fosse massima, così come la voglia di interpretare al meglio. Mandavo la traccia cantata a Bono e mi diceva “Qui devi essere più, come dire? Buttarla più lì. Stai pensando troppo” Lui invece voleva che cantassi “alla Zucchero” e non più impostato. Ad un certo punto mi ha mandato una versione, che conservo gelosamente, fatta in duetto, in cui canta delle parti per dirmi come le intendeva. Ma faceva fatica anche lui!”.

Morale: il nuovo album è un altro passo in avanti, dopo tanti anni di carriera?

“Sicuramente. Io devo avere sempre un nuovo stimolo. Io vedo tanti colleghi, anche non italiani, nomi storici e artisti ‘enormi’, che hanno ‘perso il fuoco’, e mi dispiace per loro, perché fanno dei dischi in cui si sente che hanno perso la curiosità, la voglia di inventarsi qualcosa di diverso ed essere imprevedibili. E fanno dei dejà vu pensando che il pubblico voglia sempre quella canzone lì fatta in quel modo lì-. Non parlo degli intenditori, parlo della massa. Io ho scoperto che la mia canzone perfetta, ma non solo per me, è A wither shade of pale” dei Procol Harum (“Senza luce” dei DIk Dik in italiano. Ndr) per la sequenza armonica, per l’ Hammond suonato così. A riarrangiarla poi ci hanno provato in molti con scarsi risultati. L’ hanno fatta reggae, in 6/8 da Annie Lennox. Di tutte le migliaia di versioni che ho sentito, anche da artisti che io adoro, io voglio sentire quella originale. Se mi immedesimo in un fan di Zucchero, o di Eric Clapton, voglio sentire “Overdose d’ amore” o “Diamante” così come sono nate. Stessa cosa per “Layla” o “Sunshine of your love”. Se perdi il fuoco questo mestiere qua non è più interessante”.

Ci sono eccezioni a questa, purtroppo, regola?

“Certamente. Uno che stimo moltissimo è Peter Gabriel Pur rimanendo se stesso è uno che osa. Straordinario”.

Si può dire, allora, che “Black Cat” è “puro Zucchero? Con la sua grinta, le sue “citazioni” nei riff volute?

“Spero di sì. Ad esempio per “Partigiano reggiano” mi sono ispirato un po’ a “Celebration” della PFM. E poi ci ricordiamo di tanta musica, perché l’età ce l’ abbiamo, e ci ricordiamo in particolare di tutta quella musica meravigliosa degli anni Sessanta e Settanta. Non a caso per il disco ho scelto musicisti diversi e molto particolari, perché in ogni brano volevo un certo suono. In “Ti voglio sposare” per esempio ci sono chitarre che ricordano più Pearl Jam che Springsteen e così ho scelto Tim Pierce che è bravissimo con quei suoni. Nulla è stato lasciato al caso. C’è una ricerca. Non è il discorso di scrivere un brano e poi darlo a un arrangiatore che lo “veste”…

Cerchi sempre il controllo quando lavori a un nuovo disco?

“Ho molta fiducia in persone con cui lavoro da anni, o altre come T-Bone Burnett, con cui volevo farlo da tempo, ma i nostri impegni non coincidevano. I musicisti sono sconosciuti da noi, ma sono i migliori in circolazione. Per questo disco ho lavorato un anno e sei mesi, ma non tanto sulla composizione, che è stata piuttosto veloce, ma quanto sul collaborare con tre produttori diversi e alla fine avere un risultato che “è” Zucchero”.

I tuoi colleghi italiani , anche famosi, non ci mettono così tanto impegno.

“Anche perché con molti produttori italiani, e non voglio fare nomi, c’è poco dialogo. E parlo anche di dischi di successo”.

Le vendite vanno benissimo, e le date di Verona di settembre si avvicinano al sold out. Vuol dire che i tuoi fans amano questo “Black Cat” come puro Zucchero Doc?

“Io penso di sì. E’ più vicino a “Oro, incenso e birra” che non a “Ciocabeck”, che era più intimo e personale, disco che ho amato e amo, insomma. Dopo la parentesi della “Session cubana” che ho fatto egoisticamente perché erano anni e anni che volevo fare questa contaminazione tra i cubani e la mia musica, in questo album ci sono gli ingredienti che hanno caratterizzato “Blues” e gli altri miei dischi fondamentali. L’ album è piaciuto molto anche agli addetti ai lavori, e i discografici di tutto il mondo stanno investendo molto sulla promozione rispetto ad altri dischi”.

Eccoci con un nuovo tour e le dieci date di settembre in Arena. Farai anche qualche festival rock estivo in Europa?

“Io debutto a Verona, poi andiamo in Europa e facciamo tutti i posti importanti, come l’ Olympia a Parigi e la Royal Albert Hall a Londra, con due date. E per un italiano non è facile nemmeno farne una. Il tour è andato praticamente sold out in prenotazione un anno fa… Adesso usa così, con Internet eccetera. A Verona, e poi nel resto del tour, baderò per prima cosa alla musica e ai musicisti. Pensa che gli organizzatori già si lamentano perché deve andare in giro per l’ Europa un vero organo Hammond con due enormi Leslie di legno, grandi e pesanti. Ma io ho voluto così, come faceva il grande Brian Auger”.

Tu hai avuto sempre palchi colorati e pieni di sorprese. Sarà così anche a Verona?

“Dal punto di vista visivo sarà una scenografia più tranquilla, anche se qualche idea originale l’ abbiamo già messa giù. La band sarà molto variopinta ed è ancora in via di definizione. Ci saranno i miei compagni di avventura storici come Polo Jones e Mario Schilirò, che è un grande chitarrista e un ottimo compagno di viaggio che mi mette sempre di buon umore. E poi per esempio, anche una giovane e sconosciuta violinista che ho scovato in un piccolo locale e ho subito invitato a suonare in un brano che porterò non è nel disco, ma sarà con me in tour”.

Ospiti?

“Ci arriveremo più avanti, così avremo da dire ancora qualcosa nei prossimi mesi. Diciamo che la stima internazionale per me c’è ed è fedele. Non legata al disco e al momento. Tra una balla e l’ altra conosco Bono da “Miserere”, cioè dal 1992 e siamo ancora lì. E poi Eric Clapton, Brian May, Jeff Beck, Sting. Ogni volta che faccio qualcosa di particolare li chiamo e fanno di tutto per esserci. Certi colleghi stranieri, ma anche alcuni italiani, continuano a tenere i piedi per terra e non si atteggiano a grandi star. E devo ancora citare Peter Gabriel. Mentre noi abbiamo degli artisti pop che girano in Europa con l’ aereo privato, lui va in treno. E poi vive a lungo nella casa di Arzachena in Sardegna, dove per tutti è ormai uno del posto”.

Bruno Marzi

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