Tutto il mio mondo: l'archivio degli articoli...

Non solo musica, o spettacolo in genere. La mia idea è di trasmettere le mie esperienze, che passano anche attraverco differenti forma d'arte, come il cinema, i libri, lo sport, una certa televisione e - perché no? -  anche una visione politica chiara, netta e giusta. E poi, mi è capitato di tutto (sono io).

Johnny Winter live a Bellinzona Il Gazzettino 2003

BellinzonaNOSTRO SERVIZIOHa solo cinquantanove anni ma le devastazioni della vita lo costringono a suonare seduto, con un evidente tremolio nella parte destra del corpo. Ciononostante Johnny Winter è in un momento di assoluto "stato di grazia" artistico. Lo ha dimostrato l' altra sera in piazza Governo, gremita malgrado la pioggia insistente, suonando per oltre un' ora e mezza e fino all' una di notte (dove sono le proteste per il rumore?) come assoluta star di "Piazza Blues", il festival gemellato con "Deltablues" di Rovigo. Lo show svizzero si è concluso ieri sera con Willy De Ville e Solomon Burke, mentre per la manifestazione rovigina l' atto finale è stasera con Matt Siccheri, Otis Taylor e Lucky Peterson. Winter sarà a "Pistoia blues" il 12 luglio e a Salerno il 13.Appena uscito con il doppio cd antologico "Winter Essentials 1960-1967", con brani precedenti alla svolta rock di "Still Alive and Well" ("Jumpin' Jack Flash" e la torrenziale "Rock me Baby") il chitarrista texano offre uno show sì commovente dal punto di vista umano (malgrado da circa due anni abbia intrapreso una svolta salutista) ma assolutamente eccelso da quello artistico. Basta chiudere gli occhi, e pensare che in scena ci sia un ragazzino poco più che ventenne, con una enorme "rabbia" blues da sfogare. Perché l' albino chitarrista e cantante di Beaumont è veramente l' unico, vero bluesman bianco accreditato come tale da tutti i "grandi" del genere. E con merito.La "scaletta" è decisamente classica, con brani come "She Like to Boogie Real Now", "Mona, Not Fade Away", "Johnny Guitar", "Got my Mojo Working", quasi irriconoscibile, "Boogie Real Now", "Sick and Tired", "Blackjack Blues", "Mojo Boogie" ma anche la dylaniana "Highway 61 Revisted". I bis sono un' apoteosi di "slide guitar", che diventa un groove di suoni compatto, magico, stellare. Anche la voce acuta di Winter è cristallina, solo un po' meno potente che in passato, molto emozionale. Bravi infine i musicisti della band, con il cantante e armonicista James Montgomery, l' energico e preciso bassista Scot Spray e l' essenziale batterista Wayne June. Imperdibile.Bruno Marzi

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Jovanotti live e intervista Il Gazzettino 1994

Montichiari(Bs)NOSTRO SERVIZIOSignificativamente, si intitola "Pensiero positivo" il tour di Jovanotti-Lorenzo Cherubini che, iniziato sabato sera nel funzionale palasport di Montichiari, stracolmo di gente, toccherà stasera Udine e domani Verona, con successivi appuntamenti il 25 a Bolzano, il 24 aprile a Belluno, il 25 a Bassano del Grappa, per terminare il 14 maggio a Pavia, sempre nei palasport.Il ricco paese tra Brescia e Mantova, l'altra sera, accoglieva un altro show di prestigio: quello dei Nomadi, sotto una capiente tendone, anch'esso strapieno. La musica, insomma, sembra essere la vera "forza elettorale" capace, in questi tempi, di coagulare grandi folle.Se la band del prematuramente scomparso Augusto Daolio, infatti, da sempre si è trovata schierata a sinistra (vedi: provenienza geografica, problematica sociale dei testi, credo politico) l'ex pupillo di Cecchetto, il ragazzo tutto risate e "... è una figata!", ha preso pesantemente coscienza di come va il Mondo di pari passo con la crescita anagrafica. I suoi slogan, più volte enunciati nel corso di uno show durato più di due ore e mezza (inizia alle 21.30 precise) sono molto chiari, e vengono condivisi da tutto il pubblico: "Ragioniamo con la nostra testa, siamo responsabili dei cambiamenti in corso, no all'intolleranza, sì alla solidarietà".Jovanotti sta con i Progressisti, insomma. Ieri ha trovato il tempo di essere con loro allo show-comizio di piazza San Giovanni, a Roma. I discografici della Polygram, anche loro giovani, fanno buon viso: Il primo album per la loro etichetta, "Lorenzo 1994", veleggia felice verso le trecentomila copie. Un successo clamoroso, di questi tempi. Anche il tour sarà da record: si annunciano "pienoni" un po' ovunque.I tempi di "Jovanotti figlio di p." scandito in coro dai fan di Vasco o di Zucchero sono remoti. Quegli stessi ragazzi, oggi, accorrono ai concerti del rapper più amato. Già, perché non sono solo frotte di ragazzine vocianti l'attuale pubblico di Jovanotti. Ci sono i metallari in libera uscita, ma anche i ragazzi-bene, le famigliole con tanto di bambini. Solo lo sguardo truce e, a volte, la maleducazione del cosiddetto "servizio d'ordine" ci ricordano che siamo a una riunione di massa.Lo show di Lorenzo fila via benissimo. Le "gag" sono innumerevoli. Per "Attaccami la spina" i musicisti (Mike Centonze alla chitarra, Saturnino Celani al basso, Pier Foschi alla batteria, Demo Morselli alla tromba, Nabuk alle tastiere e Naco alle percussioni: tutti ottimi) spuntano dal pavimento, e Jovanotti suona due grandi campane poste sopra la struttura Lahyer. Per "Barabba" compare il grande simbolo "divieto di svastica", e il palco si trasforma in una specie di "campo di concentramento" con lugubri sciabolate di luce."Piove", con "Dobbiamo inventarci qualcosa", "Soleluna" e "Serenata rap", lo vedono suonare la chitarra acustica, mentre "Il ballerino", con l'ottimo Demo Morselli alla tromba, lo impone come improbabile, ma talentuoso "dancer". Luci e ombre, rap e rock, parole e impegno, come per "Mario", ma fa anche capolino la mai scordata discoteca con il finale di "Gente della notte" e "Ciao mamma". E bravo Lorenzo! E' suo il miglior show in giro.Bruno Marzi

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Jewel intervista Il Gazzettino 1997

MilanoNOSTRO SERVIZIOE' un freddo gioiello dell' Alaska, con doppio passaporto svizzero; ma è anche un business da otto milioni di dischi venduti all' esordio. Ventuno anni, quarti di nobiltà partecipando ai tour di Neil Young e Dylan, Jewel è già stata in Italia ad aprile per lo show radiofonico "Montecarlo nights" e poi a Mantova per l' apertura del "Festivalbar". A Milano si è esibita per duecento persone stipate nel mitico "Zelig", casa madre dei cabarettisti delle nuove generazioni. Da sola con la chitarra, e con alcuni problemi tecnici che hanno interrotto lo show al primo brano, la bionda e un po' appesantita ragazza statunitense ha raccontato le sue storie musicali semplici, costruite su pochi accordi, ma molto coinvolgenti, grazie anche alla particolare vocalità, che l' avvicina all' amatissima Ricky Lee Jones, come lei stessa ha precisato durante l' incontro pomeridiano."Molti critici frettolosi - ha dichiarato - mi paragonano a Joni Mitchell. Non che non apprezzi e mi ispiri alla grande cantautrice canadese, ma mi sembra un po' riduttivo. Le mie storie rispecchiano la vita dei giovai della mia età, ricca di problemi. L' Alaska, Paese dove ho vissuto una parte della mia vita per poi seguire mia madre a San Diego in California, è una specie di mondo a parte, dove anche i ragazzi non si comportano come i loro coetanei che vivono a mille chilometri di distanza. Io sono cresciuta con quelle sensazioni".Poi Jewel Kilcher ha girato l' America con la sua chitarra in lungo e in largo, forte dell' album "Pieces of You", pubblicato nel '95 e ore riedito dalla Cgd, e di un ampio credito da parte dei discografici, alla ricerca di nuovi talenti."I manager e le Case discografiche, in momenti di crisi come questo, seguono l' onda cercando di proporre "cloni" di artiste di successo. Adesso funzionano le ragazze come me e Fiona Apple... Ma io ho fatto centinaia di concerti per arrivare alla notorietà, e nei momenti duri ho avuto il conforto di maestri come Neil Young, a cui telefono sovente, e Bob Dylan. Quando ho aperto i suoi concerti per lui non era un buon momento; eppure con me è stato prodigo di consigli. Una volta, di fronte a ventimila persone, mi ha detto: "Vai su tranquilla e non farti intimorire: è solo una tappa in più sulla strada del successo!"".Jewel sta scrivendo un libro di poesie: "E' una mia vecchia passione. A differenza delle canzoni, le poesie sono spesso autobiografiche. Mi hanno anche offerto due milioni di dollari per un altro libro. Saranno delle piccole storie che parleranno sia di me sia di altri argomenti". Non paga, Jewel sbarca anche a Hollywood: "Il film si intitola "To Live On" e io sono la protagonista femminile, accanto a Toby McGuire, attore già utilizzato dal regista Ang Lee per "Tempesta di ghiaccio". La storia racconta la vita nelle fredde terre di confine americane nel Secolo scorso. Finito il film, tornerò a pensare al nuovo album, previsto tra un anno. E' difficile mettere assieme le esperienze di una persona che, come me, è cresciuta molto... ".Bruno Marzi

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Jean Michel Jarre intervista Gioia 1997

Alla soglia dei cinquant’ anni, o poco meno, sono belli e felici. <Un patto dol diavolo? Se fosse, temo che termini da un giorno all’ altro, e mi arrivi un crollo fisico... >, scherza lui con savoir faire, scuotendo civettuolamente i lunghi capelli neri che gli cadono sulle spalle. Lei, che un po’ gli assomiglia nei gesti e nello sguardo, si è già dileguanta in una stanza vicina.Due artisti originali. Charlotte Rampling e Jean Michel Jarre festeggiano nel ‘97 venti anni di matrimonio, tre figli e la grande sintonia di un rapporto basato su reciproci interessi artistici. Lei è la bellissima e diafana attrice d’ avanguardia resa celebre dal “Portiere di notte” di Liliana Cavani (con Dick Bogarde nei panni dell’ ex nazista), che non ha disdegnato “Yuppi Du” con Celentano, e che si vantava (si fa per dire) di un antico “ménage a trois” con il primo marito e un amico. Lui è il musicista di successo (55 milioni di dischi venduti, e le sue canzoni utilizzate per “spot” pubblicitari e sigle) che ha tracciato la rotta alla moderna musica strumentale “techno” e alla “New age”, figlio di quel Maurice Jarre autore di celebri “colonne sonore”.Jean Michel non si sente figlio d’ arte, però: <Mio padre abbandonò mia madre quando avevo cinque anni. Non era ancora famoso, a quell’ epoca. In effetti, io non ho mai avuto complessi d’ inferiorità o spirito di competizione, nell’ intraprendere questa carriera>. Specialista in grandi “eventi” che uniscono musica, architettura e tecnologia (tra i tanti ricordiamo i concerti a Houston, ai Docks di Londra, alla Défense di Parigi, a Mont Saint-Michel, dove illumina grandi spazi e raduna milioni di persone), Jean Michel ha pubblicato in questi giorni “Oxygène 7-13”, che lui stesso indica come, <... la logica continuazione del discorso artistico del primo “Oxygène” del ‘77>. In questi giorni inizierà il primo vero e proprio tour nei palasport, con tappe annunciate in Italia a fine settembre. <Suonerò dal vivo così come ho fatto su disco, utilizzando i vecchi strumenti di vent’ anni fa, compreso il mitico Moog: non ripeteva mai due volte la stessa sonorità!>. Con lui, in veste di fotografa, consigliera, o solo di moglie (così come durante l’ intervista: ma defilata e muta, in un angolo) ci sarà sempre Lei, elegante e padrona di se’ nei lunghi abiti scuri dal taglio vagamente geomerico.La verità è che Jarre e Charlotte si conobbero proprio durante la gestazione del primo, importante disco del 48enne musicista parigino, e che questo nuovo album nasce da una necessità artistico-sentimentale.<Dietro al mio lavoro - spiega Jarre - c’ è sempre Charlotte. E’ lei che mi ispira e consiglia, anche se non interviene mai in questioni tecniche, naturalmente!>.- Sua moglie ha responsabilità, all’ interno delle tre Società che seguono i suoi interessi economici? -<Assolutamente no. Charlotte non ha confidenza con i numeri, e per lei i soldi sono un mistero... >.- E’ solo moglie e madre, allora? -<No: non è uil tipo, e i figli sono grandi, oramai. Solo che sceglie molto bene le parti che le propongono, e quindi fà film di qualità di cui non si parla molto, ma vanno alle mostre. Dopo “Il portiere di notte” aveva intenzione di chiudere col cinema: questo è vero>.- Come definirebbe la vostra storia, oggi?-<Nata per lo strano parallelismo tra le nostre insolite carriere, e sviluppata attraverso sentimenti profondi>.- I suoi figli hanno interessi musicali?-<David, che ha 19 anni, è coinvolto nell’ hard rock... per meglio dire: è indeciso tra il rock e la “techno”. Ha le idee giustamente confuse e la cosa è fonte di continue discussioni. Comunque ho l’ impressione che lavori sodo e ami la musica. Anche i miei dischi, seppur basati su melodie semplici, sono alla ricerca della migliore tavolozza di colori. Un po’ come Fellini, faccio sempre lo stesso film alla ricerca della perfezione. per il resto, sono contento che mi arrivino più attestazioni di stima dai musicisti “new age”, come dal vostro Robert Miles (italianissimo tastierista bresciano. NdR) che si sono ispirati a me che dai critici... >.- Lei, nel 1981, è stato il primo artista occidentale di fama a suonare in Cina, tra mille peripezie e problemi tecnici. Oggi è “Ambasciatore di Buona Volontà” dell’ Unesco. E’ un ruolo impegnativo? -<E’ un compito serio, che svolgo da anni e che mi onora. Purtroppo oggi è sempre più difficile parlare di pace e propagandare l’ idea della tolleranza... >.- Lei dice che oggi utilizza gli strumenti msicali dei suoi esordi. Ma non è un “maniaco” della tecnologia? -<Io cerco sempre un legame con la creatività, e la mia musica deve esprimere sentimenti ed atmosfere, poco inclini ai perfetti strumenti digitali. Io credo nel cd-rom utilizzato per fare cultura e in Internet come mezzo romantico di libertà. Purtroppo, con il miglioramento della tecnologia, un giorno “La Rete” sarà utilizzata alla pari con il televisore di casa. E’ vero però che il cinema non ha sostituito il teatro, e la televisone non ha ucciso il cinema. I valori artistici non moriranno mai. Per questo amo organizzare “eventi” unici in luoghi molto particolari>.- Ha previsto un mega-show per il capodanno del Duemila? -<Premesso che si tratta solo di una data priva di significato, ho due ipotesi su cui lavorare. La prima è di suonare nel deserto australiano presso la “Pietra sacra” degli aborigeni;la seconda è... di starmene a casa a dormire!>. Piccolo particolare non trascurabile: casa Jarre, nella campagna parigina, è una grande villa che assomiglia più a un castello. Di trentadue che lui ne ha, ovviamente.Bruno Marzi

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"Maniaci sentimentali" intervista Tognazzi-Izzo Il Gazzettino 1994

VercelliNOSTRO SERVIZIOSettecento milioni d'incasso nei primi due giorni di programmazione: un successo "americano" per un film italiano, realizzato con alta artigianalità "Maniaci sentimentali", opera prima di Simona Izzo, attrice, doppiatrice e sceneggiatrice di successo, ha fatto centro, malgrado tutto e tutti. Ha relegato il "moroso" Ricky Tognazzi al solo ruolo di attore, dopo aver condiviso il successo di film come "La scorta"."E' stato il merito di un gruppo di amici che mi ha dato piena disponibilità - ci racconta - e della fiducia che hanno avuto i distributori, nel programmare il film in un weekend "caldo" come quello scorso, ai primi di aprile". In piena bagarre post-Oscar, aggiungiamo noi. "Li abbiamo riuniti tutti al cinema Centrale di Melzo, una ventina di giorni fa, con una copia fresca di stampa... e ci è andata bene!", aggiunge, a fare buon peso, Tognazzi, che del film è anche "economo" della troupe. "Quello che mi metteva fretta perché i costi salivano!", aggiunge Simona.La giovane coppia di cineasti crede fortemente nella Provincia: quella tanto cara a papà Ugo, che la mise alla berlina in storie celeberrime come quella del "Commissario Pepe", film girato tra Vicenza e Treviso e tratto dal libro di Ugo Facco de la Garda, che fu anche direttore del Gazzettino nell'immediato dopoguerra. Eccoli, allora, a Vercelli, come ospiti d'onore di una cinerassegna. Il cinema Italia è gremito: metà cinefili e metà "gossip", curiosi per l'ex signora Venditti, ex compagna di Costanzo, ora amorosa, palesemente ricambiata, del simpatico Ricky. Male dal punto di vista mondano (una coppia normalissima) ma grande successo del film, con sinceri applausi finali."Credo che sia stato capito il nostro sforzo, nel sceneggiare un film vero, per certi versi autobiografico e post femminista, con un gran senso del valore matriarcale, anche se io mi sento più Luca che Mara... ", spiega Simona. Ribatte Ricky: "Anch'io "mi sento abbastanza Luca"... ma meno stronzo!". Tutti assieme, allora, a divertirsi lavorando. Simona: "Tra amici, vere suocere - Pat'O Hara, mamma di Ricky - e veri cani che recitavano, la nostra Blondie, non capivo più quando era il momento di dire "azione!" e quando era quello di andare a casa! Poi c'erano di mezzo tutte le vicende sentimentali - vere! - degli attori, per cui Barbara de Rossi non voleva baciare troppo intensamente Ricky per non ingelosire il vero fidanzato... "."Maniaci sentimentali" è costato poco più di tre miliardi, pubblicità compresa. "Abbiamo girato in otto settimane - "... E due giorni di sforatura!", ribadisce l' "economo" Ricky - utilizzando i nostri soldi, senza l'aiuto economico della televisione, e quelli di mio papà Renato che, come diciamo nell'ambiente del cinema, "ha messo le ruote alla casa"; ha ipotecato la villa, rischiando le pezze al sedere dopo una vita di lavoro e soddisfazioni. Forse è andata bene!".Papà Renato Izzo, famoso attore e regista, è il titolare del Gruppo Trenta, a cui dobbiamo molti tra i più bei doppiaggi del recente cinema. Simona stessa ha prestato voce - e ... lamenti - a molti "premi Oscar", come Jessica Lange, e alla scatenata Madonna di "Body of evidence". La famiglia Izzo comprende quattro sorelle, gemelle a coppie: Simona e Rossella - anche lei doppiatrice e sceneggiatrice - con le più giovani Giuppy - che nel film è l'amante di Ricky, e che ha recitato incinta di tre mesi - e Fiamma Izzo D'Amico, giovane e famosa cantante lirica.Una curiosità. Nei "trailer" televisivi si vede Ricky nella vasca da bagno con Benvenuti, a disquisire sul sogno "omo" di Luca con l'amico. Conclude Tognazzi: "La scena, nel film, non c'è, perché girata all'inizio della produzione, con il primo "set" utile: il bagno. Ci serviva per parlare del film sotto le feste di Natale! Tranquilli: avevamo costumi da bagno "rinforzati"!".Bruno Marzi

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HJF Imola Il Gazzettino 2002

MilanoNOSTRO SERVIZIODue "headliner" pesanti come Red Hot Chili Peppers il sabato e Santana la domenica, uniche date italiane, e comprimari di lusso a partire da Garbage, Chemical Brothers, l' altra sera in concerto a Milano, e Muse; tra gli italiani spicca l' unica data estiva degli Articolo 31 (presenti ieri in conferenza stampa. "Siamo emozionati e pronti alla sfida. Quando la gente urla nell' arena, senti un' ondata che ti spinge indietro", commentano), gli Afterhours freschi di cd, Subsonica e Meganoidi. A sentire lo stesso manager Roberto de Luca, il tutto è concepito per "un sabato di rock duro e una domenica più centrata nei gusti". Siamo alla quinta edizione dell' "Heineken Jammin' Festival", all' autodromo "Enzo e Dino Ferrari" di Imola il 15 e il 16 giugno. Biglietti a 28 euro per sera e 48 euro in abbonamento, più prevendita, acquistabili nei normali circuiti da oggi.Con l' apertura dei cancelli alle 11 e l' inizio degli show alle 13.30, ecco il dettaglio dei concerti, premettendo che per entrambi i giorni mancano ancora i nomi dei primi due gruppi "opening act", presumibilmente italiani. Sabato 15 si esibiscono Kane, Meganoidi, Afterhours, Lostprophets, Muse, Red Hot Chili Peppers e a chiudere i Chemical Brothers nella "dance night". Domenica tocca a Cousteau, Manà, Subsonica, Articolo 31, Garbage e Santana. Previsti i soliti spazi di "decantazione ludica" e musica alternativa, gli organizzatori (Clear Channel, Comune di Imola e Heineken) promettono più ampie zone di campeggio, migliore ricezione e logistica per una struttura che già il 14 aprile vedrà l' assalto dei 200mila fanatici della Formula Uno per l' attesissimo "Gran Premio di San Marino".Diciamo che, deluso per non aver portato il festival a tre giornate come previsto ("I Depeche Mode non fanno tour europeo perché la moglie di Martin Gore è molto incinta... ") Roberto De Luca è andato sul sicuro portando artisti assolutamente graditi al pubblico e, cosa che non guasta di questi tempi, grandi venditori di dischi. "I Red Hot Chili Peppers hanno venduto 12 milioni di copie dell' ultimo cd - spiega De Luca - di cui ben 650mila in Italia. Meglio ancora Santana con rispettivamente 25 milioni di dischi nel Mondo e 900mila in Italia. I Red Hot poi faranno la prima apparizione dall' uscita del nuovo album".Sfogliando tra i nomi confermati citiamo gli Afterhours in assoluto stato di grazia con il nuovo cd "Quello che non c'è", mentre, della stessa "piccola grande" Etichetta discografica italiana Mescal, anche i Subsonica vantano grande popolarità. Di casa in Italia Cousteau, sono i Garbage ad offrire la nota di curiosità, grazie ad uno spettacolo nuovo e stimolante. Per i Manà, band sudamericana "politicamente corretta" già sentita in showcase a Milano, si preannuncia un ovvio incontro con Santana per quella "Corazòn espinado" portata al successo da entrambi.Bruno Marzi

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EDITORIALE

Quarantasei anni di ferro e della madonna...

E non cinquanta di carriera, come da venue a San Siro di ieri. Il motivo è semplice. Quel giorno al Vigorelli, quando gli Iron Maiden aprirono lo show dei Kiss, con mossa furbetta la conferenza stampa della band statunitense fu convocata nella palestra di pugilato sotto il Velodromo in contemporanea allo show della giovane band inglese. Così, come i miei più affezionati sanno, andai a vederli a casa loro, il successivo gennaio (per cui sarebbero quarantacinque e mezzo, ma io parto dai Kiss di settembre '80) in quel di Cambridge (il famoso show con il semaforo anti rumore) all'interno di un'epica settimana londinese che comprese anche Jeff Beck e dei "feroci" Status Quo.C'era ancora Paul DiAnno, e io ero con loro alle prove del pomeriggio. Fu però successivamente, con l'arrivo di Bruce DIckinson, che il rapporto con la band divenne più confidenziale, in particolare proprio con Bruce, che con me condivideva la passione e la pratica della scherma. Il resto è narrato da innumerevoli concerti e incontri, e molte volte in Italia. Ieri sera, però, non c'ero ed ero tranquillamente a casa, al contrario dell'amico Barbaglia che si sta facendo il tour de force di millanta show in questo periodo, gran parte dei quali tanto gigioneggianti e faraonici quanto insulsi.La ragione, se vi interessa, è semplice. Ormai mi muovo poco non per motivi di salute - fortunatamente - ma per disaffezione. Non certo verso gli artisti che rispetto e che amo, ma verso l'intero meccanismo "drogato" dello showbiz.Non mi va di chiedere un pass photo mille volte a chi - nuovo arrivato - non mi conosce nemmeno e non sa la mia storia professionale. In questo senso l' egemonia di Live Nation è un po' fastidiosa, malgrado conservi l'amicizia dei vertici aziendali. Diverso è il discorso con Barley o altri promoter "umani". Non mi va di fare lunghe code per arrivare alla location (con ventiquattro chili di borsa ci devo andare per forza in macchina) e di aspettare il pass in condizioni spesso avverse. Di lavorare in posizioni umilianti come al mixer, visto che mi ritengo - e come me alcuni bravi colleghi - un artista, e non depositario di mere immagini di cronaca.E così, salutando con affetto i Maiden, e come loro molti altri, utilizzo tempo e salute per molteplici altre attività, che comprendono anche mostre fotografiche e forse libri. Non roba da vecchio, però, ma molto dinamiche. E quindi saluto con affetto, in questo caso - come farei con altre tribù a me affini - il popolo di tutte le età del "Meazza", scusandomi per il costo quello sì faraonico dei biglietti. E comunque, cari promoter, se mi volete a un prossimo show me lo dovete chiedere per favore e farmi arrivare nel pit in limousine, perferibilmente elettrica...

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I vigili di Corbetta: "Have a nica day" una cippa...

Lo sapete: è la frase te ti rifilano appena dopo averti "mazzolato" con una multa. Un sarcastico "Buona giornata", un po' come quando Società varie ti chiedono soldi e nella mail esordiscono con un "Ciao!". Ciao a tua sorella... Stamane ho avuto un definitivo collaudo coronarico da incazzatura, e pertanto dovrei rigraziare i due indefessi tutori dell'Ordine, che visibilmente arrabbiati ma inflessibili mi hanno chiesto tutti i documenti possibili e immaginabili, che avevo ovviamente. La Polizia Urbana di Corbetta (quella del vice comandante poi condannato a otto anni per aver messo droga nell'auto della comandante inconsapevole) è nota nella zona per essere letteralmente "sanguimulte", specialmente dopo che tutti gli autovelox fissi nel territorio comunale sono stati soppressi perché non confacenti alle norme come molti in Italia.

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La dura battaglia della lavavetri stellare

Ieri sera ho visto su Prime un action movie come tanti altri blockbuster. Anzi, credevo che fosse così. Un cattivo ecologista estremo organizza un ambizioso e totale assalto alla diligenza - per così dire - ma il suo posto poi viene preso da un feroce assassino. C'è però una ragazza in gamba - a dir poco - che ha un fratello genialmente autistico. Entrambi si troveranno letteralmente con le spalle al muro. Lei pure dall'altra parte del vetro.Il film si intitola "Cleaner" e lei e Joey Locke, una ex sas inglese (siamo a Londra) poco incline al maschilismo che approfitta della sua bravura in scalate e altro, facendo un lavoro legata a due corde su a duecento metri tra le vetrate di un grattacielo.Tutto normale, non fosse che Joey è interpretata splendidamente da Daisy Ridley, la giovanissima Rey della trilogia sequel di Star Wars. Poco incline alle stunt woman, Daisy è certamente lei nelle scene di azione, mostrando una propensione atletica e di combattimento che certamente la porterà ancora in forma al previsto proseguimento della saga stellare ("New Jedi Order") e chissà a cos'altro.Tutto ciò premesso, la gentile signora ed io ci siamo divertiti parecchio. La trama contava relativamente, però script, ritmo ed effetti vari erano di ottimo livello. E pure la recitazione. La ragazza insomma non molla, e per la giovane Skywalker potrebbe arrivare anche una nuova avventura al sesto grado, se esiste...

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Lezioni di giornalismo

Prendo spunto da un lutto odierno. A ottantaquattro anni (e, credo, troppe sigarette. Azzardo) è mancato Nino Allione, che conoscevo bene per interposta persona, e cioé la moglie Serena Zambon, anche lei giornalista e con la quale avevo collaborato a lungo in Mondadori, unitamente a Vera Montanari e Cristina Berretta (tutte donne, e vabbé... ). Molti anni fa - forse troppi per entrambi - Serena (capelli rossi e un bel sorriso ma professionalmente serissima) mi parlava di Nino, milanese di nascita e veneto d'adozione - il contrario di lei - già allora precoce e amato direttore di testate storiche di quella bella terra come Il Giornale di Vicenza, L'Arena di Verona, e poi anche Bresciaoggi e Il Tempo di Roma. E mi fermo qui; tanto mi avete capito benissimo. Quando due giornalisti vivono assieme (penso a Marinella e al compianto Mimmo) è naturale che ne derivi una umana comprensione, per i tempi tecnici professionali, le dislocazioni geografiche e quant'altro.All'epoca, Serena mi disse che, se avessi voluto, avrei potuto lavorare con lui a Vicenza, tanto era la stima che ci legava, e della quale la ringrazio. Forse, il non avere accettato rientra tra i tanti miei rimpianti. Ricordo il farci compagnia nel palazzone di Segrate perché lei aveva un'intervista telefonica che tardava e io dovevo scrivere di corsa sui Duran Duran, o chi per essi...Il giornalismo è questo, fuor di metafora e voli pindarici. Grande sacrificio e umiltà. E un po' di rispetto per grammatica e sintassi. Mi direte che oggi accade esattamente il contrario. E' vero. Le losche figure che commentano in tv Garlasco - tutte da una sola parte della barricata ahimé, o per fortuna - per esempio non rinunciano a farsi chiamare "dottore" (moltissimi, me compreso e in illustre compagnia, non lo sono per scelte pratiche) e pensano più alla forma che ai contenuti, e se per caso scrivono ancora qualcosa da qualche parte, è più la bile a guidarli che un'etica professionale smarrita da tempo, se mai posseduta.Tutti alla scuola di Vespa, ahimé, che però un po' di gavetta in tempi non sospetti deve averla svolta, se non altro per un fatto di età. Allora, perché di gente come Nino Allione, o il mio primo direttore al Gazzettino Giorgio Lago, non ce n'è più?Se è per questo, non esistono più i correttori di bozze, i titolisti veri, i dimafonisti, i redattori che insegnano il mestiere, gli editori puri e via dicendo. Tutti a cercare il privilegio anche politico, sapendo di essere sempre meno. Pecunia non olet, tantomeno di questi tempi. Se poi sei piuttosto ignorante di tuo (i giornali online sono drammatici, ma anche quelli cartacei) il conto è presto fatto. Ed è chiara una cosa importante. La categoria dei collaboratori è sempre stata la forza trainante per la qualità di un giornale. I direttori di una volta, come Allione e non solo, lo sapevano benissimo. Ai tempi di Giorgio Lago al Gazzettino, per esempio, io stesso ero tenuto in palmo di mano. La situazione cambiò molto con l'arrivo del gruppo Caltagirone e direttori travicello, con mortificazioni varie anche per gli assunti. Anche in questo caso ne so qualcosa, perché il mio chiaro diritto all'assunzione (3800 servizi giornalistici in ventiquattro anni) fu cassato da un giudice incompetente e da un appello-farsa in stile "Un giorno in Pretura". Morale: la mia misera pensione Inps nulla ha a che vedere con quelle faraoniche dei giornalisti assunti (spesso definiti ex lege "professionisti" oltre i meriti) della mia generazione. Me ne sono fatta una ragione, perché non mi manca nulla. Forse i debiti dei tempi di lavoro sottopagato... Quello che mi dispiace è che i direttori veri, alla Nino Allione o Giorgio Lago o per i settimanali Umberto Brindani, sono ormai quasi estinti - scongiuri! - e chi ne paga le conseguenze è il pubblico.

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Elogio del bello nel Mondo, anche in scala 1,80...

Mi capita spesso - come tutti quelli che pensano - di cozzare contro la volgarità subumana di molti. Ne siamo circondati. Volgarità ideologica, economica, razziale, sessuale, sportiva (andrebbe virgolettato); ma per me, cosà più importante, artistica. Forse anche perché tutto il resto è collegato da un fil rouge di millenaria saggezza opposta ad altrettanto millenaria cupidigia. La bassezza umana non è solo Ben Givr e Compagnia. Di razze superiori o prescelte ne abbiamo pieni i coglioni (le signore possono collegarsi timidamente all'immagine "brusca"). Di capibastone del destino potremmo aprire un banchetto nei mercatini. Di ricchi "che la fanno come i poveri" siamo stracolmi. Gli stereotipi dei frequentatori di fogne e mausolei sono capibili anche dai bambini dell'asilo, ai quali però i genitori e gli educatori non danno mai ristoro. Siamo tutti assetati, insomma.Chi ama l'arte la trova nella musica, nel cinema, nella letteratura, nella pittura e scultura. Può capitare di trovarla anche in scala 1,80, anche se ci viene detto che 1,87 è meglio. e' più realistico, ma non reale. Ergo, cosa importa? Avrete già capito che ho ri-trovato alla mia tenera età l'arte del fermodellismo. Le persone adulte, secondo me, non discutono di Vannacci, degli ebrei "buoni" che vogliono fare i resort a Gaza, dei matti vestiti da presidente a stelle e striscie, e via dicendo. Insomma, quelle cose lì...Se si parla di trenini, si discute se in un plastico bisogna rimanere all'analogico o fare tutto in digitale. Se avere panorami fantasiosi seppur ben fatti o cercare le minuzie di realtà. Se erano più belli i treni di una volta - in primis i Rivarossi di Como - in scala 1,80 non precisissima o quelli attuali in scala 1,87 ultra proporzionati. Un mondo in hO, scritto così. Immaginatevi se ragionassero a tal guisa i politici o i militari; e vabbé, anche molti intellettuali prezzolati. "E' meglio una pace più grande e utopica oppure più piccola ma simile alla realtà?". E ancora: "Meglio un pittore classico o un eroe del Novecento?". Che bello. Alla fine mi girerebbero le balle solo per quegli appassionati che trascurano la famiglia per fare notte su un plastico perfetto e costosissimo. Ma non li tratterei comunque male. Invece mi tocca gridare e piangere per quei figli di puttana che trattano la vita altrui come merce di scambio, potere e guadagno. E' gente in scala N, troppo piccola per assomigliare alla realtà, anche se bella all'apparenza. E' come chiudersi in un gretto Mondo Antico e credere di essere vivi non lottando ma guardando il cantiere della vita con le manine dietro la schiena...

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Evviva la sposa!

A tutt'oggi, decisamente il più bel film dell'anno. "The Bride!" ("La sposa!") è una black comedy surreale molto ironica e intelligente che unisce la rivistazione del celebre romanzo tardo vittoriano di Mary Shelley, Giulietta e Romeo, Bonnie and Clide, e altro ancora in un clima rock che sfora nel musical e - perché no? - prende anche alcune tinte dal "Rocky Horror Picture Show" (c'è molto "I wanna be truuuly!") e una spruzzata di Fred & Ginger ma non felliniano, così come l'humor corrosivo di Mel Brooks. L'immagine è quella di una rivoluzione femminista americana nel 1936, o giù di lì. Qualcosa mi dice che una seconda puntata avrebbe un senso. Il film è un'esclusiva (credo) di Hbo ma visibile a pagamento anche su Prime e Tim Vision e pure, sempre a pagamento su Youtube.Il cast è stellare, e c'è odore di secondo Oscar per una bravissima Jessie Buckley (anche cantautrice di grande successo) nel ruolo della sposa; poco sotto Christian Bale (un tormentato e romantico Frankie). Annette Bening è la scienziata pazza (attualmente anche in "Dutton Ranch"). Una Penelope Cruz molto bella è una poliziotta emarginata ma forte, con il suo compare Peter Sarsgaard all'inseguimento del "mostri" in fuga. vi evito una trama intuibile tra corsi e ricorsi storici, mafia Usa compresa.Tutto nasce dalla genialità artistica di Maggie Gyllenhaal (il fratello Jake è nel film nel ruolo di un divo del cinema e del marito Peter Sarsgaard è anche lui nella Ditta di famiglia) che cura la regìa e l'elaborazione dell'idea alla base, traslando la storia dalla Chicago ruggente a una New York vaudevilliana. Belli anche i costumi e la fotografia. Tutto bello, insomma. La scena del ballo sfrenato è da cineteca. Il film è uscito a marzo nelle sale, ma more solito il passaggio dal clima d'essai o quasi al fenomeno di costume sta avvenendo in pay per view. Ho sempre amato l'attrice Maggie Gyllenhaal dai tempi del geniale ed erotico-buffo "Secretary" (con James Spader ancora capelluto) ma nelle recenti serie "The Honourable Woman" (2014) e "The Deuce - La via del porno" (2017-2019) ha saputo dare vita a personaggi sempre diversi ma forti ed etici. Nel primo era una notabile in un Israele che già assomigliava parecchio a quello di oggi, purtroppo, mentre nel secondo recita un'imprenditrice del porno a New York negli anni Ottanta (anche in questo caso forti spunti femministi e liberali nelle due stagioni) che il generale Garofalo di ormai triste nomea definirebbe "raccapriccianti". Oggi le comiche. Buona visione! Del film, ovviamente, e non del tristo pensionato.

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