Tutto il mio mondo: l'archivio degli articoli...

Non solo musica, o spettacolo in genere. La mia idea è di trasmettere le mie esperienze, che passano anche attraverco differenti forma d'arte, come il cinema, i libri, lo sport, una certa televisione e - perché no? -  anche una visione politica chiara, netta e giusta. E poi, mi è capitato di tutto (sono io).

Johnny Winter live a Bellinzona Il Gazzettino 2003

BellinzonaNOSTRO SERVIZIOHa solo cinquantanove anni ma le devastazioni della vita lo costringono a suonare seduto, con un evidente tremolio nella parte destra del corpo. Ciononostante Johnny Winter è in un momento di assoluto "stato di grazia" artistico. Lo ha dimostrato l' altra sera in piazza Governo, gremita malgrado la pioggia insistente, suonando per oltre un' ora e mezza e fino all' una di notte (dove sono le proteste per il rumore?) come assoluta star di "Piazza Blues", il festival gemellato con "Deltablues" di Rovigo. Lo show svizzero si è concluso ieri sera con Willy De Ville e Solomon Burke, mentre per la manifestazione rovigina l' atto finale è stasera con Matt Siccheri, Otis Taylor e Lucky Peterson. Winter sarà a "Pistoia blues" il 12 luglio e a Salerno il 13.Appena uscito con il doppio cd antologico "Winter Essentials 1960-1967", con brani precedenti alla svolta rock di "Still Alive and Well" ("Jumpin' Jack Flash" e la torrenziale "Rock me Baby") il chitarrista texano offre uno show sì commovente dal punto di vista umano (malgrado da circa due anni abbia intrapreso una svolta salutista) ma assolutamente eccelso da quello artistico. Basta chiudere gli occhi, e pensare che in scena ci sia un ragazzino poco più che ventenne, con una enorme "rabbia" blues da sfogare. Perché l' albino chitarrista e cantante di Beaumont è veramente l' unico, vero bluesman bianco accreditato come tale da tutti i "grandi" del genere. E con merito.La "scaletta" è decisamente classica, con brani come "She Like to Boogie Real Now", "Mona, Not Fade Away", "Johnny Guitar", "Got my Mojo Working", quasi irriconoscibile, "Boogie Real Now", "Sick and Tired", "Blackjack Blues", "Mojo Boogie" ma anche la dylaniana "Highway 61 Revisted". I bis sono un' apoteosi di "slide guitar", che diventa un groove di suoni compatto, magico, stellare. Anche la voce acuta di Winter è cristallina, solo un po' meno potente che in passato, molto emozionale. Bravi infine i musicisti della band, con il cantante e armonicista James Montgomery, l' energico e preciso bassista Scot Spray e l' essenziale batterista Wayne June. Imperdibile.Bruno Marzi

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Jovanotti live e intervista Il Gazzettino 1994

Montichiari(Bs)NOSTRO SERVIZIOSignificativamente, si intitola "Pensiero positivo" il tour di Jovanotti-Lorenzo Cherubini che, iniziato sabato sera nel funzionale palasport di Montichiari, stracolmo di gente, toccherà stasera Udine e domani Verona, con successivi appuntamenti il 25 a Bolzano, il 24 aprile a Belluno, il 25 a Bassano del Grappa, per terminare il 14 maggio a Pavia, sempre nei palasport.Il ricco paese tra Brescia e Mantova, l'altra sera, accoglieva un altro show di prestigio: quello dei Nomadi, sotto una capiente tendone, anch'esso strapieno. La musica, insomma, sembra essere la vera "forza elettorale" capace, in questi tempi, di coagulare grandi folle.Se la band del prematuramente scomparso Augusto Daolio, infatti, da sempre si è trovata schierata a sinistra (vedi: provenienza geografica, problematica sociale dei testi, credo politico) l'ex pupillo di Cecchetto, il ragazzo tutto risate e "... è una figata!", ha preso pesantemente coscienza di come va il Mondo di pari passo con la crescita anagrafica. I suoi slogan, più volte enunciati nel corso di uno show durato più di due ore e mezza (inizia alle 21.30 precise) sono molto chiari, e vengono condivisi da tutto il pubblico: "Ragioniamo con la nostra testa, siamo responsabili dei cambiamenti in corso, no all'intolleranza, sì alla solidarietà".Jovanotti sta con i Progressisti, insomma. Ieri ha trovato il tempo di essere con loro allo show-comizio di piazza San Giovanni, a Roma. I discografici della Polygram, anche loro giovani, fanno buon viso: Il primo album per la loro etichetta, "Lorenzo 1994", veleggia felice verso le trecentomila copie. Un successo clamoroso, di questi tempi. Anche il tour sarà da record: si annunciano "pienoni" un po' ovunque.I tempi di "Jovanotti figlio di p." scandito in coro dai fan di Vasco o di Zucchero sono remoti. Quegli stessi ragazzi, oggi, accorrono ai concerti del rapper più amato. Già, perché non sono solo frotte di ragazzine vocianti l'attuale pubblico di Jovanotti. Ci sono i metallari in libera uscita, ma anche i ragazzi-bene, le famigliole con tanto di bambini. Solo lo sguardo truce e, a volte, la maleducazione del cosiddetto "servizio d'ordine" ci ricordano che siamo a una riunione di massa.Lo show di Lorenzo fila via benissimo. Le "gag" sono innumerevoli. Per "Attaccami la spina" i musicisti (Mike Centonze alla chitarra, Saturnino Celani al basso, Pier Foschi alla batteria, Demo Morselli alla tromba, Nabuk alle tastiere e Naco alle percussioni: tutti ottimi) spuntano dal pavimento, e Jovanotti suona due grandi campane poste sopra la struttura Lahyer. Per "Barabba" compare il grande simbolo "divieto di svastica", e il palco si trasforma in una specie di "campo di concentramento" con lugubri sciabolate di luce."Piove", con "Dobbiamo inventarci qualcosa", "Soleluna" e "Serenata rap", lo vedono suonare la chitarra acustica, mentre "Il ballerino", con l'ottimo Demo Morselli alla tromba, lo impone come improbabile, ma talentuoso "dancer". Luci e ombre, rap e rock, parole e impegno, come per "Mario", ma fa anche capolino la mai scordata discoteca con il finale di "Gente della notte" e "Ciao mamma". E bravo Lorenzo! E' suo il miglior show in giro.Bruno Marzi

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Jewel intervista Il Gazzettino 1997

MilanoNOSTRO SERVIZIOE' un freddo gioiello dell' Alaska, con doppio passaporto svizzero; ma è anche un business da otto milioni di dischi venduti all' esordio. Ventuno anni, quarti di nobiltà partecipando ai tour di Neil Young e Dylan, Jewel è già stata in Italia ad aprile per lo show radiofonico "Montecarlo nights" e poi a Mantova per l' apertura del "Festivalbar". A Milano si è esibita per duecento persone stipate nel mitico "Zelig", casa madre dei cabarettisti delle nuove generazioni. Da sola con la chitarra, e con alcuni problemi tecnici che hanno interrotto lo show al primo brano, la bionda e un po' appesantita ragazza statunitense ha raccontato le sue storie musicali semplici, costruite su pochi accordi, ma molto coinvolgenti, grazie anche alla particolare vocalità, che l' avvicina all' amatissima Ricky Lee Jones, come lei stessa ha precisato durante l' incontro pomeridiano."Molti critici frettolosi - ha dichiarato - mi paragonano a Joni Mitchell. Non che non apprezzi e mi ispiri alla grande cantautrice canadese, ma mi sembra un po' riduttivo. Le mie storie rispecchiano la vita dei giovai della mia età, ricca di problemi. L' Alaska, Paese dove ho vissuto una parte della mia vita per poi seguire mia madre a San Diego in California, è una specie di mondo a parte, dove anche i ragazzi non si comportano come i loro coetanei che vivono a mille chilometri di distanza. Io sono cresciuta con quelle sensazioni".Poi Jewel Kilcher ha girato l' America con la sua chitarra in lungo e in largo, forte dell' album "Pieces of You", pubblicato nel '95 e ore riedito dalla Cgd, e di un ampio credito da parte dei discografici, alla ricerca di nuovi talenti."I manager e le Case discografiche, in momenti di crisi come questo, seguono l' onda cercando di proporre "cloni" di artiste di successo. Adesso funzionano le ragazze come me e Fiona Apple... Ma io ho fatto centinaia di concerti per arrivare alla notorietà, e nei momenti duri ho avuto il conforto di maestri come Neil Young, a cui telefono sovente, e Bob Dylan. Quando ho aperto i suoi concerti per lui non era un buon momento; eppure con me è stato prodigo di consigli. Una volta, di fronte a ventimila persone, mi ha detto: "Vai su tranquilla e non farti intimorire: è solo una tappa in più sulla strada del successo!"".Jewel sta scrivendo un libro di poesie: "E' una mia vecchia passione. A differenza delle canzoni, le poesie sono spesso autobiografiche. Mi hanno anche offerto due milioni di dollari per un altro libro. Saranno delle piccole storie che parleranno sia di me sia di altri argomenti". Non paga, Jewel sbarca anche a Hollywood: "Il film si intitola "To Live On" e io sono la protagonista femminile, accanto a Toby McGuire, attore già utilizzato dal regista Ang Lee per "Tempesta di ghiaccio". La storia racconta la vita nelle fredde terre di confine americane nel Secolo scorso. Finito il film, tornerò a pensare al nuovo album, previsto tra un anno. E' difficile mettere assieme le esperienze di una persona che, come me, è cresciuta molto... ".Bruno Marzi

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Jean Michel Jarre intervista Gioia 1997

Alla soglia dei cinquant’ anni, o poco meno, sono belli e felici. <Un patto dol diavolo? Se fosse, temo che termini da un giorno all’ altro, e mi arrivi un crollo fisico... >, scherza lui con savoir faire, scuotendo civettuolamente i lunghi capelli neri che gli cadono sulle spalle. Lei, che un po’ gli assomiglia nei gesti e nello sguardo, si è già dileguanta in una stanza vicina.Due artisti originali. Charlotte Rampling e Jean Michel Jarre festeggiano nel ‘97 venti anni di matrimonio, tre figli e la grande sintonia di un rapporto basato su reciproci interessi artistici. Lei è la bellissima e diafana attrice d’ avanguardia resa celebre dal “Portiere di notte” di Liliana Cavani (con Dick Bogarde nei panni dell’ ex nazista), che non ha disdegnato “Yuppi Du” con Celentano, e che si vantava (si fa per dire) di un antico “ménage a trois” con il primo marito e un amico. Lui è il musicista di successo (55 milioni di dischi venduti, e le sue canzoni utilizzate per “spot” pubblicitari e sigle) che ha tracciato la rotta alla moderna musica strumentale “techno” e alla “New age”, figlio di quel Maurice Jarre autore di celebri “colonne sonore”.Jean Michel non si sente figlio d’ arte, però: <Mio padre abbandonò mia madre quando avevo cinque anni. Non era ancora famoso, a quell’ epoca. In effetti, io non ho mai avuto complessi d’ inferiorità o spirito di competizione, nell’ intraprendere questa carriera>. Specialista in grandi “eventi” che uniscono musica, architettura e tecnologia (tra i tanti ricordiamo i concerti a Houston, ai Docks di Londra, alla Défense di Parigi, a Mont Saint-Michel, dove illumina grandi spazi e raduna milioni di persone), Jean Michel ha pubblicato in questi giorni “Oxygène 7-13”, che lui stesso indica come, <... la logica continuazione del discorso artistico del primo “Oxygène” del ‘77>. In questi giorni inizierà il primo vero e proprio tour nei palasport, con tappe annunciate in Italia a fine settembre. <Suonerò dal vivo così come ho fatto su disco, utilizzando i vecchi strumenti di vent’ anni fa, compreso il mitico Moog: non ripeteva mai due volte la stessa sonorità!>. Con lui, in veste di fotografa, consigliera, o solo di moglie (così come durante l’ intervista: ma defilata e muta, in un angolo) ci sarà sempre Lei, elegante e padrona di se’ nei lunghi abiti scuri dal taglio vagamente geomerico.La verità è che Jarre e Charlotte si conobbero proprio durante la gestazione del primo, importante disco del 48enne musicista parigino, e che questo nuovo album nasce da una necessità artistico-sentimentale.<Dietro al mio lavoro - spiega Jarre - c’ è sempre Charlotte. E’ lei che mi ispira e consiglia, anche se non interviene mai in questioni tecniche, naturalmente!>.- Sua moglie ha responsabilità, all’ interno delle tre Società che seguono i suoi interessi economici? -<Assolutamente no. Charlotte non ha confidenza con i numeri, e per lei i soldi sono un mistero... >.- E’ solo moglie e madre, allora? -<No: non è uil tipo, e i figli sono grandi, oramai. Solo che sceglie molto bene le parti che le propongono, e quindi fà film di qualità di cui non si parla molto, ma vanno alle mostre. Dopo “Il portiere di notte” aveva intenzione di chiudere col cinema: questo è vero>.- Come definirebbe la vostra storia, oggi?-<Nata per lo strano parallelismo tra le nostre insolite carriere, e sviluppata attraverso sentimenti profondi>.- I suoi figli hanno interessi musicali?-<David, che ha 19 anni, è coinvolto nell’ hard rock... per meglio dire: è indeciso tra il rock e la “techno”. Ha le idee giustamente confuse e la cosa è fonte di continue discussioni. Comunque ho l’ impressione che lavori sodo e ami la musica. Anche i miei dischi, seppur basati su melodie semplici, sono alla ricerca della migliore tavolozza di colori. Un po’ come Fellini, faccio sempre lo stesso film alla ricerca della perfezione. per il resto, sono contento che mi arrivino più attestazioni di stima dai musicisti “new age”, come dal vostro Robert Miles (italianissimo tastierista bresciano. NdR) che si sono ispirati a me che dai critici... >.- Lei, nel 1981, è stato il primo artista occidentale di fama a suonare in Cina, tra mille peripezie e problemi tecnici. Oggi è “Ambasciatore di Buona Volontà” dell’ Unesco. E’ un ruolo impegnativo? -<E’ un compito serio, che svolgo da anni e che mi onora. Purtroppo oggi è sempre più difficile parlare di pace e propagandare l’ idea della tolleranza... >.- Lei dice che oggi utilizza gli strumenti msicali dei suoi esordi. Ma non è un “maniaco” della tecnologia? -<Io cerco sempre un legame con la creatività, e la mia musica deve esprimere sentimenti ed atmosfere, poco inclini ai perfetti strumenti digitali. Io credo nel cd-rom utilizzato per fare cultura e in Internet come mezzo romantico di libertà. Purtroppo, con il miglioramento della tecnologia, un giorno “La Rete” sarà utilizzata alla pari con il televisore di casa. E’ vero però che il cinema non ha sostituito il teatro, e la televisone non ha ucciso il cinema. I valori artistici non moriranno mai. Per questo amo organizzare “eventi” unici in luoghi molto particolari>.- Ha previsto un mega-show per il capodanno del Duemila? -<Premesso che si tratta solo di una data priva di significato, ho due ipotesi su cui lavorare. La prima è di suonare nel deserto australiano presso la “Pietra sacra” degli aborigeni;la seconda è... di starmene a casa a dormire!>. Piccolo particolare non trascurabile: casa Jarre, nella campagna parigina, è una grande villa che assomiglia più a un castello. Di trentadue che lui ne ha, ovviamente.Bruno Marzi

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"Maniaci sentimentali" intervista Tognazzi-Izzo Il Gazzettino 1994

VercelliNOSTRO SERVIZIOSettecento milioni d'incasso nei primi due giorni di programmazione: un successo "americano" per un film italiano, realizzato con alta artigianalità "Maniaci sentimentali", opera prima di Simona Izzo, attrice, doppiatrice e sceneggiatrice di successo, ha fatto centro, malgrado tutto e tutti. Ha relegato il "moroso" Ricky Tognazzi al solo ruolo di attore, dopo aver condiviso il successo di film come "La scorta"."E' stato il merito di un gruppo di amici che mi ha dato piena disponibilità - ci racconta - e della fiducia che hanno avuto i distributori, nel programmare il film in un weekend "caldo" come quello scorso, ai primi di aprile". In piena bagarre post-Oscar, aggiungiamo noi. "Li abbiamo riuniti tutti al cinema Centrale di Melzo, una ventina di giorni fa, con una copia fresca di stampa... e ci è andata bene!", aggiunge, a fare buon peso, Tognazzi, che del film è anche "economo" della troupe. "Quello che mi metteva fretta perché i costi salivano!", aggiunge Simona.La giovane coppia di cineasti crede fortemente nella Provincia: quella tanto cara a papà Ugo, che la mise alla berlina in storie celeberrime come quella del "Commissario Pepe", film girato tra Vicenza e Treviso e tratto dal libro di Ugo Facco de la Garda, che fu anche direttore del Gazzettino nell'immediato dopoguerra. Eccoli, allora, a Vercelli, come ospiti d'onore di una cinerassegna. Il cinema Italia è gremito: metà cinefili e metà "gossip", curiosi per l'ex signora Venditti, ex compagna di Costanzo, ora amorosa, palesemente ricambiata, del simpatico Ricky. Male dal punto di vista mondano (una coppia normalissima) ma grande successo del film, con sinceri applausi finali."Credo che sia stato capito il nostro sforzo, nel sceneggiare un film vero, per certi versi autobiografico e post femminista, con un gran senso del valore matriarcale, anche se io mi sento più Luca che Mara... ", spiega Simona. Ribatte Ricky: "Anch'io "mi sento abbastanza Luca"... ma meno stronzo!". Tutti assieme, allora, a divertirsi lavorando. Simona: "Tra amici, vere suocere - Pat'O Hara, mamma di Ricky - e veri cani che recitavano, la nostra Blondie, non capivo più quando era il momento di dire "azione!" e quando era quello di andare a casa! Poi c'erano di mezzo tutte le vicende sentimentali - vere! - degli attori, per cui Barbara de Rossi non voleva baciare troppo intensamente Ricky per non ingelosire il vero fidanzato... "."Maniaci sentimentali" è costato poco più di tre miliardi, pubblicità compresa. "Abbiamo girato in otto settimane - "... E due giorni di sforatura!", ribadisce l' "economo" Ricky - utilizzando i nostri soldi, senza l'aiuto economico della televisione, e quelli di mio papà Renato che, come diciamo nell'ambiente del cinema, "ha messo le ruote alla casa"; ha ipotecato la villa, rischiando le pezze al sedere dopo una vita di lavoro e soddisfazioni. Forse è andata bene!".Papà Renato Izzo, famoso attore e regista, è il titolare del Gruppo Trenta, a cui dobbiamo molti tra i più bei doppiaggi del recente cinema. Simona stessa ha prestato voce - e ... lamenti - a molti "premi Oscar", come Jessica Lange, e alla scatenata Madonna di "Body of evidence". La famiglia Izzo comprende quattro sorelle, gemelle a coppie: Simona e Rossella - anche lei doppiatrice e sceneggiatrice - con le più giovani Giuppy - che nel film è l'amante di Ricky, e che ha recitato incinta di tre mesi - e Fiamma Izzo D'Amico, giovane e famosa cantante lirica.Una curiosità. Nei "trailer" televisivi si vede Ricky nella vasca da bagno con Benvenuti, a disquisire sul sogno "omo" di Luca con l'amico. Conclude Tognazzi: "La scena, nel film, non c'è, perché girata all'inizio della produzione, con il primo "set" utile: il bagno. Ci serviva per parlare del film sotto le feste di Natale! Tranquilli: avevamo costumi da bagno "rinforzati"!".Bruno Marzi

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HJF Imola Il Gazzettino 2002

MilanoNOSTRO SERVIZIODue "headliner" pesanti come Red Hot Chili Peppers il sabato e Santana la domenica, uniche date italiane, e comprimari di lusso a partire da Garbage, Chemical Brothers, l' altra sera in concerto a Milano, e Muse; tra gli italiani spicca l' unica data estiva degli Articolo 31 (presenti ieri in conferenza stampa. "Siamo emozionati e pronti alla sfida. Quando la gente urla nell' arena, senti un' ondata che ti spinge indietro", commentano), gli Afterhours freschi di cd, Subsonica e Meganoidi. A sentire lo stesso manager Roberto de Luca, il tutto è concepito per "un sabato di rock duro e una domenica più centrata nei gusti". Siamo alla quinta edizione dell' "Heineken Jammin' Festival", all' autodromo "Enzo e Dino Ferrari" di Imola il 15 e il 16 giugno. Biglietti a 28 euro per sera e 48 euro in abbonamento, più prevendita, acquistabili nei normali circuiti da oggi.Con l' apertura dei cancelli alle 11 e l' inizio degli show alle 13.30, ecco il dettaglio dei concerti, premettendo che per entrambi i giorni mancano ancora i nomi dei primi due gruppi "opening act", presumibilmente italiani. Sabato 15 si esibiscono Kane, Meganoidi, Afterhours, Lostprophets, Muse, Red Hot Chili Peppers e a chiudere i Chemical Brothers nella "dance night". Domenica tocca a Cousteau, Manà, Subsonica, Articolo 31, Garbage e Santana. Previsti i soliti spazi di "decantazione ludica" e musica alternativa, gli organizzatori (Clear Channel, Comune di Imola e Heineken) promettono più ampie zone di campeggio, migliore ricezione e logistica per una struttura che già il 14 aprile vedrà l' assalto dei 200mila fanatici della Formula Uno per l' attesissimo "Gran Premio di San Marino".Diciamo che, deluso per non aver portato il festival a tre giornate come previsto ("I Depeche Mode non fanno tour europeo perché la moglie di Martin Gore è molto incinta... ") Roberto De Luca è andato sul sicuro portando artisti assolutamente graditi al pubblico e, cosa che non guasta di questi tempi, grandi venditori di dischi. "I Red Hot Chili Peppers hanno venduto 12 milioni di copie dell' ultimo cd - spiega De Luca - di cui ben 650mila in Italia. Meglio ancora Santana con rispettivamente 25 milioni di dischi nel Mondo e 900mila in Italia. I Red Hot poi faranno la prima apparizione dall' uscita del nuovo album".Sfogliando tra i nomi confermati citiamo gli Afterhours in assoluto stato di grazia con il nuovo cd "Quello che non c'è", mentre, della stessa "piccola grande" Etichetta discografica italiana Mescal, anche i Subsonica vantano grande popolarità. Di casa in Italia Cousteau, sono i Garbage ad offrire la nota di curiosità, grazie ad uno spettacolo nuovo e stimolante. Per i Manà, band sudamericana "politicamente corretta" già sentita in showcase a Milano, si preannuncia un ovvio incontro con Santana per quella "Corazòn espinado" portata al successo da entrambi.Bruno Marzi

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EDITORIALE

Addio a Livio Berruti, arcipiemontese

Credo di avere ancora il suo numero di telefono da qualche parte. Pur conoscendolo bene, l'avevo intervistato solo una volta nel 2000 per il settimanale Stop, alla vigilia delle Olimpiadi australiane, lui che nel 1960, in una bella giornata di settembre, aveva vinto i 200 metri a Roma con una cavalcata poderosa. Livio Berruti, mancato poche ore fa in una clinica torinese a 87 anni, era vercellese d'adozione, anche se era nato a Torino ma la sua famiglia era di Stroppiana e il suo più grande amico era un altro grande sportivo: lo spadista vercellese Guido "Cip" Cipriani. I Due, ventenni, erano aristocraticamente bon vivant, non disdegnando la vita di compagnia e le avventure galanti. Due simpatici guasconi, insomma. Mi perdonerà la moglie, signora Silvia, alla quale porgo sentitissime condoglianze, ma si parla di beata gioventù anni Sessanta. Una maniera pulita di vivere lo sport e la gioia della pace.La notizia mi tocca molto, perché la metto sullo stesso piano di due tristi dipartite: Don Mazzi e Francesco Guccini. Se si vuole, la corsa trionfale di Livio Berruti nello stadio Olimpico di Roma, con uno stormo di uccelli sullo sfondo ad aggiungere magìa, è qualcosa di ancor più evocativo, perché si lega a un momento irripetibile del Dopoguerra, di ottimismo e speranza, siglato poi a Torino nel 1961 con l'esposizione per il centenario dell'Unità d'Italia. Le caselle nei posti giusti. E aggiungo il carico della reciproca simpatia con la stanutitense, nera, Wilma Rudolph, che riempì a lungo le pagine dei giornali. Uno schiaffo al razzismo che, allora come purtroppo ancora oggi, era e rimane il retrogusto amaro, con la violenza, della Società Usa ma non solo. Imparino i nostri nani con le loro ballerine. Saluto Livio con un sorriso, come quello nella mia foto di quell'estate del 2000 a Stroppiana, curando l'orto.

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Il quadro rubato

Niente titolo criptico, ma semplicemente quello di un bel film visto stasera in tivù. "Le tableau volé" (2025) del regista Pascal Bonitzer, si ispira a una storia vera. In un paesino della Francia viene ritrovato un dipinto di Shiele scomparso nel 1939 dalla collezione di una famiglia ebrea. Dopo diverse traversie, l'opera finì nella casa di un giovane operaio e di sua madre, dimenticato per anni. Il racconto parla di buoni sentimenti e redenzione, anche da parte della famiglia ebrea americana che non fa, semel in anno, una brutta figura, premiando il giovane operaio con un decimo della vendita di 25 milioni di euro (nove eredi più lui). Tutti bravi i caratteristi (Alex Lutz, Léa Drucker, Nora Hamzawi, Louise Chevillotte, Arcadi Radeff) nella tradizione della "Comédie" e uno script semplice ma originale, anche decisamente femminista sui generis, nella tradizione di quella filmografia d'Oltralpe raffinata e di piacevole lettura. Consigliabilissimo, con aria condizionata.

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Frammenti di un felice passato

Oggi il Marce mi ha girato su Wathsapp l'articolo di Bruno Casalino apparso oggi sulla versione cartacea del giornale "La Sesia" di Vercelli. Noi si fa di necessità virtù, ma se siete in zona accattatevelo. "In primisi" (come direbbe Montalbano) ringrazio il mio omonimo per l'ampia e corretta citazione, e per il ricordo di un momento molto fertile culturalmente di Vercelli, che allora rispecchiava il distacco di molte menti giovani dal persistente brodo primordiale cittadino. La musica ebbe un ruolo predominante, e modestamente feci ampiamente la mia parte. Questo accadeva prima di essere completamente assorbito dall'attività professionale, e un po' anche durante. Ergo, aggiungo e preciso su cose che è normale non conoscere del tutto anche se bene informati.Il nome "Electric Cave" fu una mia idea. Il PCI affidò la gestione economica ai fratelli Mangione, che già gestivano il bar del Circolo. La discoteca, completamente spoglia all'inizio, partì con un duro lavoro di... "riempimento puff". Realizzammo dei sedili stile "Fantozzi dal Megadirettore" con materiali poveri ma ignifughi. Qualche regola c'era anche allora. La discoteca, che ho quasi sempre condotto musicalmente io (l'avevo già fatto per un anno all'Astoria tempo prima) era in realtà solo un matinée domenicale, o feste comandate. Facevamo molta gente, e il record ci fu quando l'Astoria - credo per una rissa - fu fermata per quindici giorni.I concerti furono di esordienti, è vero, come Claudio Rocchi e i Jumbo, che rimasero a "provare" due settimane prima di iniziare il tour,regalando poi la data zero.Angelo Branduardi, però, appartiene a un'altra storia successiva. Un bel dì (Vedremo... ) Marcello Bongiolatti ed io fummo incaricati della presidenza dell'Arci (eravamo solo noi due. Vercelli non aveva nessuno che se ne occupasse. Vergogna!). Noi, già allora famosi rompiballe, andammo in Comune, nel frattempo passato alla Sinistra con Ennio Bajardi, a parlare con entusiasmo presso l'assessorato alla Cultura, dove trovammo la complicità del giovane dott. Calza (se sbaglio mi corrigerete) e così nacque un cartellone di spettacoli al teatro Civico del quale in molti si ricordano ancora oggi. E che al Comune in pratica non costava nulla. La formula era semplice (ricordiamo la contenuta capienza attorno ai mille posti con il golfo mistico) e recitava che il Comune avrebbe sostenuto le spese vive più le affissioni, mentre gli artisti avrebbero tenuto l'intero incasso. E così, grazie a qualche buona amicizia (Casalino lo ha sottolineato) portammo Finardi, Area, Perigeo e Branduardi. Mica pizze e fichi. Per Angelo, che era già famoso e stava diventando famosissimo, il suo manager David Zard, per rientrare delle spese non indifferenti, propose un doppio show, matinée e sera, con diretta tv su Raidue all'interno de' "L'altra domenica" di Renzo Arbore. Se non ricordo male, l'inviata era l'amica e collega di Ciao 2001 Fiorella Gentile.Va detto che poi io e il Marce mollammo l'Arci, dato che il più era fatto. E come direbbe Guareschi: "Favole che sembrano storie vere o storie vere che sembrano favole?"... Ah, saperlo...Per gentile concessione - spero - ecco la pagina de' "La Sesia".

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Il Maestrone...

Commento solo ora la scomparsa di Francesco Guccini. La ragione è semplice. Ho faticato a mandare in agenzia (The Mega Agency, per gli interessati) perché qualche interferenza sicuramente fascistoide mi ha bloccato il computer principale e mi ha costretto a un doppio travaso di immagini e una doppia selezione di - appena - cento miei pensieri dal '76 circa ad oggi. Perdonatemi. In realtà, c'è poco da dire. Anzi, sembrerebbe che il Maestrone abbia tolto il disturbo sicuramente per gli acciacchi ma più che altro per lo schifo di questa melmosa quotidianità. Faticherò anche a scegliere l'immagine giusta, ma andrà bene comunque. Facciamo così: cercate l'articolo con la lente d'ingr andimento qui sopra E'la famosa intervista (una delle ultime) che gli feci a Pàvana per Playboy Italia nel 2016. fu molto gentile malgrado fosse il periodo peggiore per la sua vista "andata" che gli impediva le più semplici distrazioni.

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Tutti i giovani ragazzi

Ci sono storie che vale la pena di raccontare. Quella di Ian Hunter e Mick Ronson, morto nel '93, che molti conoscono per essere stato uno Spiders from Mars di David Bowie nonché suo arrangiatore fu singolare. Ian Hunter, per contro, è vivo e vegeto alla bella età di 87 anni e ha attraversato indenne anni e rock che definire ruggenti è poco. "All the Young Dudes" fu inciso proprio dai Mott the Hoople nel '72 e divenne un successo planetario. La mano di Bowie, autore del pezzo, realizzato nei suoi studi "Odissey", ha saputo plasmare un brano assolutamente rock, ma ricco di poesia e dal testo molto, diciamo, "educativo"... Si parla di volontà di suicidio a venticinque anni, di ragazze a dir poco allo sbando, e si fatica a trovare il lieto fine. "All the Young Dudes" è anche il titolo di un libro di Ellie Russell in stile fantasy-fanfiction e collegato alla saga di Harry Potter.Il mio racconto invece, più prosaico, riguarda un'avventura parigina del lontanissimo 1974, mese di novembre. Ero ospite di mia zia Anna, che appunto ancora oggi abita a Parigi, e sfogliando "L'officiel des spectacles" (un libriccino settimanale con tutti, ma proprio tutti gli spettacoli in città. Altro che internet...) mi accorsi che all'Olympia ci sarebbe stato lo show dei Mott the Hoople. Era già dopopranzo, e lo spettacolo era pomeridiano. Insomma, schizzai verso il métro e con una serie di cambi e controcambi arrivai al famoso locale di Boulevard des Capucines. Lo show stava finendo. Impietosite le maschere all'ingresso, riuscì ad entrare a scrocco. Giusto il tempo per il finale e i bis, con l'ultimo "All the Young Dudes". Ergo, missione compiuta, tutto sommato. Avevo pensato di organizzarmi per la replica serale, ma accadde l'imponderabile. Nella fretta, e tra un métro e l'altro appunto, persi il portafogli, ritrovandomi solo con un biglietto valido per il ritorno. Tornai a casa e, la mattina dopo, andai all'ambasciata italiana per ottenere un documento provvisorio, sennò non tornavo nemmeno in Madrepatria. Allora usava così al confine, cara Gioggia... Insomma, a volte la sfiga ci vede piùttosto bene, e ti lascia giusto le briciole.

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