Dammi un rifugio... FB 2025

Pubblicato il 5 agosto 2025 alle ore 13:53

Nel 1971, quando vidi dal vivo i Grand Funk Railroad al Vigorelli di Milano, i miei live basilari precedenti erano in ordine sparso e dal '68 direi, New Trolls e Formula 3 tra gli italiani; Vanilla Fudge, Rolling Stones, Rory Gallagher e Atomic Rooster tra gli stranieri. Per dire. Insomma, a 16, 17 anni ero già ben abituato. Sapete che quella giornata milanese, con Humble Pie in prima parte, interruzioni e lacrimogeni, fu complicata ma entusiasmante. I Grand Funk, per un giovane batterista e cantante come me all'epoca, erano un'ispirazione limpida. Don Brewer è un batterista di una precisione e tecnica mostruosa e limpida. Mel Shacher un produttore di linee di basso carismatico; Mark Farner, il frontman, un bassista passato alla chitarra (pregi e difetti) con una voce e una presenza affabulante. In pratica, la prerogativa della band nel lineup origniale, era l'idea molto hard di avere in pratica una doppia ritmica.

Il post però si riferisce alla rilettura assolutamente originale (alcuni fan dicono migliore) della "Gimme Shelter" dei Rolling Stones. Si tratta di una canzone potentissima, che nasce dalla rabbia di Jagger e Soci per la guerra e il rischio della bomba atomica (vi dice qualcosa?). Per i ragazzi statunitensi era ovviamente il Vietnam, con tutte le implicazioni del caso. Insomma, l'attualità di questa musica "cattiva" e delle parole che arrivano come pugnalate nel cuore spiega perché le persone, e i giovani in particolare, debbano costruirsi nuovi miti. Oppure cercare nella storia artistica recente.

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