
PREMESSA. QUESTO ARTICOLO FU MODIFICATO DAI LEGALI DEL GIORNALE PERCHE’ DUBBIOSI E TIMOROSI DI CAUSE. ERA INVECE TUTTO VERO. ANCORA OGGI HO LA COPIA DELL’ARBITRATO DE QUO. ALLA FINE LA SONY CI GUADAGNO’ PARECCHIO, EVITANDO FUTURI DISCHI A MINIMO GARANTITO IN UN MERCATO GIA’ IN PROFONDA CRISI. L’AVVOCATO DI ZERO, SUO NIPOTE, AFFERMO’ IL CONTRARIO. ECCO IL TESTO ORIGINALE.
Milano
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Renato Zero non è più un artista Sony-Bmg, sciogliendo così definitivamente il pur tenue ed antico legame che dal 1967, data di pubblicazione del singolo “Non basta sai”, lo legava alla mitica etichetta Rca, poi appunto diventata Bmg e successivamente approdata al gruppo Sony-Bmg-Ricordi. Non è stata una separazione consensuale, almeno nella forma. La Sony deve infatti sborsare la bella cifra di due milioni e 200mila euro (circa quattro miliardi di lire) a seguito dell’ arbitrato chiesto da “Tattica srl”, la Società di Renato Fiacchini in arte Zero, nei confronti appunto della Sony per – semplifichiamo – inadempienza contrattuale a proposito del cd-raccolta “Renatissimo” del 2007.
In realtà si tratta di un pareggio, poiché la Sony alla fine pagherà 300mila euro in più rispetto al “minimo garantito” di un milione e 900mila euro a disco pattuito con l’ artista romano nel 2006, a rinnovo del contratto del 1993 con la stessa Casa discografica. Per contro la Multinazionale giapponese è libera dal contratto che prevedeva altri quattro cd di Renato Zero, tutti con un minimo garantito di un milione e 900mila euro.
La verità è che tali “minimi garantiti” sull’ ipotetico venduto, alla luce dell’ attuale crisi di vendite e dei nuovi sistemi di downloading, sono diventati troppo onerosi, anche se riferiti a superstar come Renato Zero, e le Case discografiche tendono a non rinnovare più contratti per tali importi. Salomonico quindi l’ arbitrato degli avvocati Mario Libertini, Nicolò Lipari e Guido Alpà, che tra l’ altro ha ritenuto sussistere “giusti motivi, in considerazione dell’ oggettiva complessità delle questioni affrontate e della serietà delle contrapposte argomentazioni” per compensare le spese di giudizio, sottolineando altresì “la buona fede e correttezza da parte dei soggetti contraenti”.
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