
Di Bruno Marzi
Roma, ottobre. Una lunga storia d’ amore. Tra Amedeo Minghi e la moglie Elena, scomparsa improvvisamente lo scorso il 7 gennaio 2014. Tra l’ artista, che proprio quest’ anno suggella cinquant’ anni di carriera, e il suo grande pubblico. Un sentimento profondo che il musicista e cantante romano ha sublimato in un disco, “Suoni tra ieri e domani” (che il sito “All Music Italia” ha votato come “Miglior disco italiano del 2014”) e in uno show di grande successo nei teatri, portato l’ anno scorso anche negli Stati Uniti. Una complicità che nel corso degli anni lo ha accumunato ai suoi amici parolieri Mogol, Panella, Califano. Abbiamo preso in prestito il titolo di una celebre canzone di Gino Paoli, che ricordava così Stefania Sandrelli, ma che rappresenta bene uno dei più popolari artisti della musica leggera italiana. Bastano tre titoli: “L’ immenso”, “1950”, “Vattene amore” (il famoso “trottolino amoroso” con Mietta a Sanremo ’90). Ma anche come autore i “Fantaghirò” televisivi. “Suoni tra ieri e Domani” è un cd registrato dal vivo presso il teatro Ghione di Roma con la pianista Cinzia Gangarella, e raccoglie nella versione dell’ autore i brani scritti per Mietta, Rita Pavone, Morandi, Marcella Bella, Bocelli, Anna Oxa i Vianella, Mia Martini, Katia Ricciarelli e Laura Landi. Un libretto di 64 pagine racconta la nascita di ogni canzone e molto altro. Come si dice, ne esce uno spaccato sulla storia del Costume italiano dagli anni Sessanta ad oggi. In più, tra un brano e l’ altro, Minghi parla e racconta ancora “a sipario aperto e a braccio, in maniera assolutamente improvvisata, accompagnando l’ interesse e l’ umore del pubblico”. Unica canzone inedita, “Io non ti lascerò mai” è dedicata da Amedeo alla moglie Elena Paladino.
“Ci amiamo come si faceva una volta – spiega commosso a Visto usando il tempo presente – venendo da un mondo dove i sentimenti sono importanti., Così è stato per i miei genitori e così è stato per noi e per più di quarant’anni. Intendiamoci, una delle mie due figlie è ‘felicemente divorziata’ . Ma loro appartengono a una generazione diversa, ed è comprensibile”. Elena morì nel sonno in maniera assolutamente inattesa, lasciando attoniti Amedeo e le figlie Alma e Annesa, che tra l’ altro lavorano con il padre e come produttrici discografiche. La notizia del lutto fu data dall’ amico di sempre Edoardo Vianello “in maniera sincera, affettuosa e commossa. Cosa per cui lo ringrazierò sempre”. Per ricordare la moglie, e “perché lei avrebbe voluto così”, pochi giorni dopo tenne ugualmente un ormai leggendario concerto al teatro Sistina di Roma.
Minghi, 67 anni, ha concesso a Visto una lunga e sincera intervista. In questi giorni riprende con grande successo la serie di concerti: il 7 febbraio all’ Auditorium del Ciocco di Barga (LU), il7 marzo al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, 14 marzo al Teatro Curci di Barletta, il 24 aprile al Teatro Brancaccio di Roma. Il calendario completo è in fase di realizzazione. “E’ uno show in due tempi. Il primo basato su questo nuovo disco e il secondo con la band per i grandi successi”.
Una delle canzoni dell’ album è “Fijo mio” scritta con Califano per i Vianella. Ci racconta della sua amicizia con Edoardo Vianello?
“Se faccio questo mestiere lo devo a lui, e credo che lui debba qualcosa a me. Già dal ’63 aveva successo con i “tormentoni” estivi “I watussi”, “Guarda come dondolo”, “Abbronzatissima”, e molti altri. Prima scrissi appunto la canzone che fece nascere i Vianella e così lui mi fece ottenere un provino alla Ricordi con Stelio Cipriani. Andò bene e così in pochi mesi, forse giorni, mi trovai in televisione a fare il debuttante a “Scala reale” in mezzo ai mostri sacri della canzone italiana, presentati da Peppino De Filippo”.
Perché lo ripagò con una canzone in romanesco?
“Quando decise di lavorare con Wilma Goich, con la quale recentemente è tornato a fare coppia artistica, pensai che l’ uso del romanesco fosse innovativo, grazie anche a Califano che lo sviluppò così bene poeticamente. Lo penso ancora oggi, se non come idea per andare in classifica sicuramente per valore culturale. Basti pensare al napoletano… “.
Lei è principalmente un musicista e un cantante. Com’è lavorare con i più grandi parolieri?
“Si tratta spesso di veri poeti. Pasquale Panella ha un suo mondo. Se ci entri dentro trovi una persona squisita. Mogol è Mogol: da cinquant’ anni scrive molte tra le più grandi canzoni italiane, oltre che di maggiore successo. Penso anche a nomi meno noti al pubblico, come Adelio Cogliati, con cui ho scritto “Camminando e cantando” per Marcella Bella o Gaio Chiocchio per “Firenze, piccoli particolari”, con cui Laura Landi ha vinto Sanremo Giovani”.
Con Califano però il rapporto era speciale.
“E’ vero. Ha un posto speciale nella mia anima. Abbiamo vissuto assieme anni importanti per la storia della musica italiana. Era straordinario, sincero. Unico. Una persona vera”.
Nella musica come nella vita quotidiana, cos’è cambiato da “L’ immenso” a oggi?
“Un terremoto! La Società vive un appiattimento culturale mascherato dietro il cattivo utilizzo della tecnologia. In musica vuol dire produzioni tutte uguali, che io chiamo ‘il precotto’. Ai tempi della Rca di Cocciante, Baglioni e Compagnia venivano buttati via interi dischi già pronti alla stampa proprio perché ai dirigenti non sembravano eccellenti, anche se riascoltati oggi… Il fatto è che all’ epoca del 45 giri si vendevano 50mila copie al giorno. Oggi lei mi dice che i Dear Jack, che non conosco, ne hanno fatte 100 mila in sei mesi e sono i più venduti”.
Ci sembra di capire che lei nutra poca fiducia dei talent televisivi.
“Non li sopporto. In realtà non ne son niente. Non conosco i nuovi cantanti, anche perché non associo una voce a una canzone originale. Potrò anche sbagliarmi ma è così. La colpa non è dei cantanti ma della Discografia e della mancanza di autori originali”.
Niente più duetti, come fece con Mietta o con Mariella Nava?
“Io sono sempre aperto a nuove collaborazioni. Bisogna però andare alla generazione precedente a questa televisiva. Penso a Giorgia o a Elisa, che è eccezionale. Quando sento la sua voce sento amore; perché si canta con il cuore, e lei lo fa. Così si trasmette qualcosa al pubblico! E poi, pensi che mia figlia è andata a Verona a sentirla. Ha preso il treno da Roma come una fan qualsiasi”.
Per finire, questo cd, e i testi del libretto che ricordano un romanzo neorealista, sembra che abbia un “messaggio” nemmeno troppo nascosto.
“Verissimo. E’ un documento non solo musicale indirizzato ai giovani. Pensi che ho scoperto una “cover” rock di “1950” bellissima. Se la musica degli scorsi decenni ha influenzato la Società e il Costume, devono sapere perché. Oggi che, per qualsiasi attività, il Mercato è il Mondo intero, i ragazzi devono saper osare e cercare sempre, e con amore, di scavare dentro di sé prima di qualsiasi cosa. Solo così la gente potrà capirli”.
Bruno Marzi
Amedeo Minghi nasce a Roma, quartiere Prati, il 12 agosto 1947, ultimo di sei figli.. Il suo primo complessino beat si chiama I Noemi. La sua prima canzone, “Una cosa stupida”, viene rifiutata dalla Rca nel 1965. Come solista passa alla Ricordi e incide nel 1966 il suo primo 45 giri: “Alla fine” e “Ma per fortuna” (testi di Mogol). Va in tv a “Scala Reale”, ma senza successo. La svolta è nel 1970, grazie ad Edoardo Vianello e alla sua casa discografica. Per l’ Apollo inizia a scrivere per i Vianella, con i testi di Franco Califano. Dopo “Fijo mio”, un grande successo, arriva anche un album nel ’73, “Amedeo Minghi”, che vede tra gli autori Edoardo de Angelis, Francesco De Gregori e Carla Vistarini. Nel 1975 è nei Pandemonium e scrive “L’ immenso”: una quindicina di versioni e due milioni di dischi venduti nel Mondo. Sfogliando velocemente gli anni di intensa attività, nel 1983 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con “1950”. Il brano arrivò ultimo, con 17017 voti, nella classifica Totip. E’ il suo capolavoro assoluto, riconosciuto come tale da pubblico, critica e colleghi. Scopre il talento di Mietta, con la quale nel 1990 va a Festival presentando “Vattene amore” (il leggendario “trottolino amoroso”). Ad oggi, le sue partecipazioni sanremesi sono otto. Scrive colonne sonore per il cinema, la fiction e per le favole. Televisive di “Fantaghirò”. Impegnato nel volontariato e nella Solidarietà, Minghi è un fervente credente, e come tale scrive per il Giubileo del 2000 “Un uomo venuto da lontano”, dedicata aPapa Giovanni Paolo II. Esegue il brano alla sua presenza insieme a “Gerusalemme”, inedito commissionato dal Vaticano per un evento di pace in Palestina.Sacro e profano, sempre nel 2000 Minghi lancia anche il suo primo profumo che porta il nome del suo album "Garibaldino".Ancora concerti, dischi e collaborazioni. Nel 2006 scrive il suo primo libro autobiografico”L’ ascolteranno gli Americani”, edito da Rai-Eri. Il 22 dicembre dello stesso anno, all'interno dei Musei Capitolini e del Campidoglio di Roma, riceve una targa alla carriera consegnatagli dal sindaco Walter Veltroni.
L’ ultimo cd di inediti “Vivi e vedrai” esce ad ottobre 2012 dopo sette anni di silenzio discografico. Il 7 gennaio 2014 muore la moglie di Minghi, Elena Paladino. Si erano sposati il 13 ottobre 1973. La coppia ha avuto due figlie, Annesa e Alma, che lavorano con il padre. In cinquant’ anni di attività, Minghi vanta record assoluti di vendita e popolarità in tutto il Mondo.
BM
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