
Se c'è una cosa, tra le tante, che manca a questo calcio farlocco di oggi, è la poesia. Sia sul campo sia fuori. Poi esistono personaggi come Gianmario Comi, 33 anni, attaccante della Pro Vercelli, figlio d'arte torinista, con una carriera importante ma che avrebbe meritato ragolare presenza nei palcoscenici più esaltanti; lui, ricco di fisico, tecnica e intelligenza. E Capitan Gianma ha fatto di tutto pur di non portare la Pro all'ultimo atto dei playout, compresi 17 goal. E andata bene, anche se una brutta testata all'inizio del secondo tempo ha fatto spaventare tutti. Oggi la Nuova Pro Vercelli, sino olandese con presidente svizzero (roba da Coppa dei Campioni) riparte proprio da lui, che sarà tra i pochissimi a rimanere dell'attuale rosa. Comi, in un momento di sagace goliardia, e prima della botta, disse che in caso di salvezza sarebbe andato in bici da Vercelli a Superga, la casa tragica del Torino, a cui è legatissimo.
Promessa mantenuta con baldanza. Gli ultimi chilometri sono tutti in salita. Un buon allenamento, quindi. A volte, le cose più belle avvengono senza una ragione vera. Il gesto di Comi non è un fioretto religioso, ma una scaramantica prova di vitalità. Con lo stesso spirito cinquantasei anni fa i miei amici del baseball, neo maturati, decisero di camminare da Vercelli a Oropa: 56 chilometri. Io non ero della banda, ma alle otto di sera la Gianna, mamma di Sergio, mi raccontò della partenza. Così, passato a casa a posare le cose del baseball, le dissi di portarmi nello stesso punto di partenza. Raggiunsi gli altri a Carisio. Arrivammo alla meta in tre. Quel giorno il presidente Leone era in visita al Santuario, ma non ce ne fragava niente. Dormivamo sul prato. Cari pirlacchioni e caro Comi: questa è poesia.
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