Willy DeVille intervista Il Gazzettino 1999

Pubblicato il 12 agosto 2025 alle ore 11:19

Milano
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Del periodo "borderline", quello degli eccessi nocivi alla salute e di quando si faceva chiamare Mink, Willy DeVille conserva l' amore per il whisky, che tracanna già in tarda mattinata, con l' amorevole controllo della moglie Lisa. Pantaloni di camoscio grezzo, cinturone molto "wild west", treccine indiane sullo "scalpo" nero e liscio, Willy è quasi una prodigiosa e interessante icona di sè stesso, capace di grande musica e notevole umanità, anche quando ricorda il cagnolino Puccini a cui era molto affezionato, recentemente tumulato in un apposito cimitero per animali. Vita d' artista, insomma. Il bravissimo cantautore statunitense che ama Elvis e New Orleans allo stesso tempo, 22 anni di carriera e 13 album che fanno la storia del rock-blues, è di passaggio in Italia per presentare "Horse of a different colors", squisito album di ballate impreziosite di gusto "cajun", registrate a Memphis con Jim Dickinson, già con Ry Cooder e con molti tra i "grandi" del blues.
<Quando tornerò ad ottobre per suonare - ci confida - mi fermerò più a lungo. L' Italia è uno dei miei posti preferiti. Ricordo ancora la grande emozione del primo concerto e il pubblico assolutamente straordinario!>. Confessa di sentirsi sempre <... Come uno zingaro, specialmente quando mi metto in rapporto con le persone e i posti. Per me, il contatto umano è la cosa più importante. E' una delle poche cose buone da conservare in questo pazzo mondo!>. Della sua lunga carriera, e dei tanti cambiamenti, Willy DeVille ha una visione quasi cinematografica: <Quando ho esordito "col botto" avevo solo 25 anni, e tutto mi sembrava possibile! E' l' ambiente discografico che ti trascina e ti fa sentire una rockstar... Si prendono la tua vita, se scoprono del talento! Tutte "c."! Te ne rendi conto quando sei più grande, e con più esperienza. Solo la musica conta: scrivere belle canzoni, suonare davanti al pubblico, ritrovarsi con gli amici. Tutti i grandi artisti con cui ho avuto il piacere di suonare, a partire dal mio maestro Doc Pomus, sono persone normali, con i normali problemi, mogli e divorzi compresi, di tutti quanti... >.
Il titolo dell' album è tratto da un' espressione americana che indica come si possa vedere sotto un diverso aspetto le cose che accadono tutti i giorni. <Le mie canzoni . conclude - sono un po' così: affrontano la musica sotto diverse angolazioni. E' così che si continua a crescere dopo tanti anni di carriera. L' ispirazione per il titolo mi è arrivata dai cavalli Appaloosa che tengo anche nella mia tenuta fuori New Orleans. Sono i cavalli degli indiani Nativi, piccoli e forti, e pezzati di mille colori. Un' immagine nobile e forte allo stesso tempo! Anch' io sono così: alla ricerca della strada giusta. Una volta Dennis Hopper mi ha detto: "Negli anni Sessanta era facile prendere la strada giusta, dire e fare le cose corrette. Adesso è tutto più complicato". Molto, molto più complicato!>.
Bruno Marzi

 

Foto non mia ma ci sono...

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