
Milano
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Evento non capito dal pubblico (600 persone mal contate) e parzialmente deludente sul piano artistico. Delusione che - va detto chiaramente - esula dalla bravura e dalla statura artistica del leader, apparso in gran forma. Dr. John, il 58enne mitico bluesman di New Orleans (una specie di "Ray Charles bianco") a cui molto deve la scena pop-rock degli anni Sessanta e Settanta, ha tenuto l' altra sera l' unico show italiano di un tour dedicato alla pubblicazione del nuovo cd "Duke elegant", dove il musicista rivista I più famosi "standard" del pianista e direttore d' orchestra Duke Ellington, di cui nei mesi scorsi sono stati festeggiati i cento anni dalla nascita.
Bellissimo il nuovo "Auditorium di Milano", struttura ultramoderna nata su un preesistente teatro di zona Ticinese, in cemento e legno di pero dall' acustica eccellente, attuale casa dell' orchestra Giuseppe Verdi e capace di 1600 posti. Modesta invece la band, tutta "nera", che accompagna Dr. John (vero nome Malcom "Mac" Rebennack), con un a dir poco "eccessivo" Renard Poche alla chitarra, un indifferente David Barard al basso e un onestissimo lavoratore dei tamburi come Herman Ernest, capace a sprazzi di cose egregie, quando il sound di "sporca" di jazz. Niente "fiati" e cori, invece; pare per ristrettezze di "budget" del tour europeo.
Insieme ce l' hanno messa tutta per incrinare la grande arte di Dr. John, eccelso pianista blues e cantante personalissimo, che molti ricorderanno sia come protagonista di "The last walz", di Martin Scorsese, con The Band e Dylan, sia, più prosaicamente, per essere l' autore di "Such a nite", meglio nota in Italia come "Smorza 'e llights" nell' interpretazione di Renzo Arbore e Soci. C'è stata magia, comunque, e il pubblico, tutti ultra esperti, si è spellato le mani nell' ora e mezza di show, iniziato con la tradizionale "Iko", a cui hanno fatto seguito "Whoopee" e "Tipitina". "Don't mean a thing" è il primo tributo ad Ellington, di una quadrilogia che comprende di seguito "Wrong side", "Fishing" e "Perdido". Come dice lo stesso Dr. John: "Vediamo di sporcare un po' Duke Ellington con lo spirito di New Orleans... ".
Il musicista è impeccabile nel completo bianco, cappello nero calcato con una lunga coda di cavallo che segue. Vicino a sé il fedele bastone con manico d' argento. Un' icona, insomma. "Wand dang", "Spliters" e "Rite place", farcite di lunghe suite interne, e di inutili arzigogoli chitarristici, portano all' eccellente finale della canonica "Such a nite" a cui fa seguito la lunga "Soulful warriors" e la tradizionale "Goin back" (la cosa migliore dello show), con "Big chief" come unico bis. Delusione? Forse perché, in questo momento e su questo pianeta, l' ultimo dei divetti da ragazzine può permettersi uno show da mille e una notte, mentre un "grande" della storia del rock, pimpante e vivente, sopravvive ai margini dell' Impero. Triste ma istruttivo.
Bruno Marzi
Immagine non mia ma bella. Nel 2000, se ricordo bene, aveva il baschetto. Le troverò...
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