Addio a Livio Berruti, arcipiemontese

Pubblicato il 9 agosto 2026 alle ore 21:28

Credo di avere ancora il suo numero di telefono da qualche parte. Pur conoscendolo bene, l'avevo intervistato solo una volta nel 2000 per il settimanale Stop, alla vigilia delle Olimpiadi australiane, lui che nel 1960, in una bella giornata di settembre, aveva vinto i 200 metri a Roma con una cavalcata poderosa. Livio Berruti, mancato poche ore fa in una clinica torinese a 87 anni, era vercellese d'adozione, anche se era nato a Torino ma la sua famiglia era di Stroppiana e il suo più grande amico era un altro grande sportivo: lo spadista vercellese Guido "Cip" Cipriani. I Due, ventenni, erano arisocraticamente bon vivant, non disdegnando la vita di compagnia e le avventure galanti. Due simpatici guasconi, insomma. Mi perdonerà la moglie, signora Silvia, alla quale porgo sentitissime condoglianze, ma si parla di beata gioventù anni Sessanta. Una maniera pulita di vivere lo sport e la gioia della pace.La notizia mi tocca molto, perché la metto sullo stesso piano di due tristi dipartite: Don Mazzi e Francesco Guccini. Se si vuole, la corsa trionfale di Livio Berruti nello stadio Olimpico di Roma, con uno stormo di uccelli sullo sfondo ad aggiungere magìa, è qualcosa di ancor più evocativo, perché si lega a un momento irripetibile del Dopoguerra, di ottimismo e speranza, siglato poi a Torino nel 1961 con l'esposizione per il centenario dell'Unità d'Italia. Le caselle nei posti giusti. E aggiungo il carico della reciproca simpatia con la stanutitense, nera, Wilma Rudolph, che riempì a lungo le pagine dei giornali. Uno schiaffo al razzismo che, allora come purtroppo ancora oggi, era e rimane il retrogusto amaro, con la violenza, della Società Usa ma non solo. Imparino i nostri nani con le loro ballerine. Saluto Livio con un sorriso, come quello nella mia foto di quell'estate del 2000 a Stroppiana, curando l'orto.

 

 

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