A corollario delle sue attuali avventure danzerecce, su RaiNews (credo ripresa dal Fatto Quotidiano) è presente una intervista-monologo di Eugenio Finardi, nella quale racconta con chiarezza cose che ho sempre saputo da quarsanta, cinquant'anni ma che ho sempre tenuto per me. Si chiama "rispetto" per le umane vicende, debolezze, disgrazie e arte varia di uno dei maggiori talenti sia rock sia musicali a tutto tondo dell'italica avventura. E questo malgrado che, allora, scrivessi per settimanali "leggeri" anche se professionali, per bieche ragioni alimentari. Un po' quello che sta facendo Eughenés ballerino. Per inciso, a Eugenio voglio molto bene, e da circa cinquant'anni, appunto. Da quella prima volta che gli feci delle foto live di buona qualità (sono modesto... ) al punto che Gianni Sassi della Cramps me le comprò per la stratosferica cifra, allora, di centocinquanta mila lire più iva. Dove sono? Gli voglio bene perché, droga a parte (mai toccata e nemmeno pensata), mi riconosco in molte cose: la gentilezza, l'educazione, il talento, il rock, il rispetto dei sentimenti, la forza di reagire. E in quella madre americana cantante lirica (nel suo caso) e insegnante (nel mio. Musicista anch'essa ma insopportabile) vicina e lontana.Eccolo qui allora, con qualche anno più di me (74) e la voglia di riprogettarsi anche ballando per (spero) un mare di soldi. Eugenio è un bravo amministratore di se stesso e dei suoi affetti, e credo che abbia pensato al fatto che da anni non si vendono più dischi, malgrado la grande qualità e varietà della sua produzione negli ultimi anni. Malgrado i tanti concerti che lo vedono sempre amatissimo da folle di ogni età che capiscono la grammatica visuale della sua eterna "Musica ribelle".Anche se dentro di noi ci "rimettiamo a lottare" ogni giorno e a ogni Lula, si può dire che abbiamo già dato in abbondanza, e quindi vedo con tenerezza e rispetto il Finardi danzereccio (e lo invidio per la mia scherma, che riprenderò) in eccellente forma fisica. Un giuvinòt... Penso a Keith RIchards e mi viene un sorriso. Storie diverse ovviamente, ma una splendida grinta da consapevoli sopravvissuti.Però, è sulle cose che ha detto che voglio chiudere. E posso ricordarmi di quella intervista - una delle tante - alla Fonit-Cetra nell'86, credo, nella quale, da amico, mi raccontava della sua permanenza a Boston (la città di mamma Eloïse Degenring) per rimettersi in carreggiata ("Dolce Italia") per poi riprendersi del tutto in Canada presso una seria comunità ("Il vento di Elora"). Chiacchierammo per quasi un'ora, e per questo mi è rimasta impressa negli anni. Ho conosciuto la sua "prima" Patrizia (nome ricorrente nei suoi amori) poi mancata ancora giovane. Ho abbracciato (anzi mi ha abbraciato) la piccola Elettra nel backstage del tearto Civico di Vercelli. Eugenio è molto orgoglioso di questa figlia diversa che ha saputo crearsi un'indipendenza di vita e autonomia invidiabile. Tralascio le altre cose che so. Penso invece all'artista unico, non solo dolce ma anche scontroso a volte, se ci fanno girare i cabasisi. Ricordo i tanti amici che ha avuto. Penso ai musicisti, sempre eccellenti, e ricordo solo il compianto Stefanino Cerri. Penso a un manager che come lui aveva conosciuto la debolezza. Angelo Carrara lo supportò in tante maniere, e per produrgli un disco in un momento negativo impegnò anche una casa in montagna... Storie epiche, vere, ma non da sopravvissuti. Da combattenti, con una storia ancora lunga e spero divertente davanti. Vai Eugenio! Noi ci siamo...
Mia foto antica...
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