
Milano
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Tom Yorke ricorda Paolo Rossi da Monfalcone, Non ce ne vogliano, ma quelle smorfie, l' occhio strabuzzato, le movenze a scatti uniscono idealmente l' icona rock dei Radiohead e l' attore "caratteriale" dalle mille sfaccettature. Entrambi poi, a ben leggere, raccontano storie di disagio in maniera ora seriosa ora ironica. Ciascuno seguendo la propria koiné artistica. La forma, insomma, è abbastanza aulica. La sostanza, a dir poco personale. La "due giorni" milanese, nella bicentenaria Arena napoleonica zeppa di 18mila spettatori per sera, ha celebrato la band di Oxford sia sotto la pioggia torrenziale del lunedì sia al tramonto della calda giornata estiva successiva.
E' stato un ricco, anche se involontario, prologo per l' Heineken Jammin' Festival che inizia oggi, e il cui epilogo sarà lunedì prossimo con Neil Young atteso protagonista all' Arena di Verona. Stessa tensione in scena, stessa cura per la ricca estetica del palco disseminato di lunghe barre al neon, le due serate milanesi sono risultate profondamente diverse per via dell' impatto meteorologico così agli antipodi. Pioggia e fango alla Woodstock, il lunedì, ci hanno ricordato quanto sia faticoso, anche nel centro di Milano, assistere a uno spettacolo rock. Il tepore e la luce della sera successiva ci hanno trascinato in un clima affabulatorio e un po' magico, malgrado l' eccesso di percorsi transennati, servizio d' ordine e polizia per un concerto tranquillissimo..
In questo senso, i Radiohead sono la band perfetta. La loro storia artistica, il loro successo da milioni di copie basterebbe a farne un mito pop. E invece Yorke e Soci, non soddisfatti, cercano pure, a modo loro, di cambiare un po' la loro piccola fetta di Mondo. Ecco allora l' idea dell' ultimo album (una volta si chiamavano così) venduto "ad offerta libera" su Internet e poi nella normale distribuzione con copertina e tutto il resto. E brani come "Nude" offreti a chiunque li volesse riarrangiare. E ancora la richiesta esplicita fatta ai fan di non utilizzare l' auto per raggiungere l' Arena (chi conosce Milano, e quella zona, sa quanto fosse impossibile per chi arrivasse da fuori) e in genere di non "sprecare energia" sotto varie forme.
Idem per quanto riguarda la scenografia (ricchissima peraltro) basata appunto su un centinaio di tubi luminosi al neon (o qualcosa di simile) che, penzolando dal soffitto, hanno creato veri e propri muri luminosi cangianti; oltre a una ripresa televisiva "soft" in simil bianco e nero trasmessa su una "striscia" videowall sul fondo del palco. La musica dei Radiohead è ormai un puzzle, ora delicato ora delirante, di molte cose: rock, avanguardia, minimalismo, atteggiamenti quasi punk, distacco apparente dall' idea del concerto come "evento", vissuto invece più come fruizione.
In soldoni, ci era piaciuto di più quello visto anni fa al Parco di Monza, ai tempi di "o.k. computer", più leggibile e didascalico rispetto a quello che oggi, in maniera onnicomprensiva e poco lineare, dovrebbe rappresentare il sunto di sette album, compreso il recente "In Rainbows". L' impatto è certamente forte. Nelle due ore di show, partendo dai primi tre brani, i recentissimi "15 Steps", Bodysnatchers" e "All I Need", per arrivare ai vecchi hit e al finale di "The Gloaming", passa veramente di tutto. C'è certamente la voglia di comunicare "di più", di umanizzare l' idea di "performance" rock, di renderla più democratica. I fan, comunque, hanno risposto decretando il trionfo. Noi, permettetecelo, dobbiamo ragionarci un po'.
Bruno Marzi
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