
Di Bruno Marzi
"Il teatro è la risposta alla fretta e alla superficialità della televisione. E’ la possibilità di arrivare al pubblico in maniera più profonda e diretta. Già nei miei concerti parlavo molto, e la gente sembrava apprezzare, e così ho pensato di fare un passo in più". Così Ron spiega la sua scelta di portare nei teatri italiani, appunto “L’ altra parte di Ron”, titolo dietro al quale si sviluppa un autobiografico “one man show” di parole e musica molto originale. L’ artista di Garlasco, il Rosalino Cellamare, classe 1953, che nel 1970 esordì a 17 anni al Festival di Sanremo con “Pa’ diglielo a Ma’” (con Nada) e poi ci tornò più volte fino alla vittoria del ’96 assieme a Tosca con “Vorrei incontrarti tra cent’ anni”, fa un serio, ma anche divertente, bilancio della propria vita artistica e privata (spesso i due aspetti coincidono) grazie a un sapiente gioco di videoproiezioni, in cui di volta in volta si trasforma nelle persone che più hanno condizionato la sua vita, duettando poi in sincronia con le varie basi preregistrate; cosa non facile. Come visioni ectoplasmatiche, eccoli apparire. Da mamma Maria Cellamare a Lucio Dalla, al teologo Silvano Fausti e all’ autista-filosofo della troupe, il romeno Andrey. Non manca poi l’ amico Mario Melazzini, medico oncologo e oggi nella doppia veste di presidente dell’ Aisla ed egli stesso malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica. “Evocato” in video da Ron, Melazzini poi sale veramente in scena per parlare della malattia, degli studi e della sua petizione, “Liberi di vivere”, al Presidente della Repubblica sul tema delicato e dibattuto dell’ autodeterminazione di cura nei malati terminali o incapaci. Tantissima carne al fuoco insomma. Prossime date il 16 marzo al teatro Comunale di Todi (Pg), il 21 al Sollima di Marsala (Tp), il 22 al Sangiorgi di Catania, il 23 al Comunale di Soverato (Cz), il 25 all’ Auditorium Parco Musica di Roma, il 27 al Concordia di San Benedetto del Tronto (Ap), il 28 al Vittoria di Ortona(Ch) e il 29 al Sentino di Sassoferrato (An). Altre date in aprile.
Ron, come nasce l’ idea di questo spettacolo?
"Principalmente dall’ amore per il mio mestiere e dalla delusione per il modo in cui la musica viene trattata oggi, specialmente in televisione. Purtroppo è finito un mondo, fatto di discografici sensibili e attenti alle esigenze artistiche. E così ho deciso di rimandare l’ uscita di un nuovo disco a quando avrò veramente delle cose da dire. Cose che invece esprimo con le parole e i sentimenti, e ovviamente la musica, davanti al pubblico attento e partecipe di uno spettacolo teatrale".
In cui metti a nudo la tua anima…
"E dico delle cose molto personali, che non avevo mai accennato prima. E’ una specie di psicanalisi, con il vantaggio di avere un pubblico davanti e, alla fine… di essere anche applaudito!".
Tu però in passato avevi già fatto cinema e un po’ di teatro.
"Diciamo che è un mondo che mi appartiene. Il rischio è che, se qualcuno si stufa, come succede con molti attori-cani in spettacoli noiosi, la gente si alza e se ne va. Con me non è ancora successo, per cui vuol dire che sono sulla buona strada".
Lo spettacolo è un insieme di discussioni con i tuoi “ospiti” multimediali e di canzoni al servizio di quei discorsi. Come hai messo assieme le due cose?
"Con grande cura e rispetto. Come dicevo, tendevo già a parlare molto nei concerti “normali”. E la gente ci stava! C’è una grande voglia di ascoltare e di capire, e io credo di sapermi spiegare bene. Conoscevo Stefano Genovese, che lavora con Arturo Brachetti, e con lui ho fatto la regìa dello spettacolo. Abbiamo parlato più volte con le persone coinvolte, a partire da Lucio Dalla, che ha una parte predominante nel racconto. Siamo stati anche giorni interi a mettere giù idee, a confrontarci, fino a raggiungere un’ armonia tra intenzioni e risultato. Alla fine ho trovato la forza di dire le mie cose, anche le più personali, e in una maniera spesso divertente. Dall’ altra parte ho trovato un pubblico fantastico".
Cosa ha detto tua madre quando si è vista rappresentata dentro la porta di un frigorifero?
"Alla fine era orgogliosa, anche se mi ha detto che “non sta bene presentarsi al pubblico in vestaglia e pigiama”. Non mi conosceva sotto questo aspetto… Lei mi ha sempre supportato molto, così come mio padre che all’ inizio della carriera mi ha sostenuto, aiutandomi a superare i naturali e numerosi momenti difficili. E poi, oggi i miei fratelli lavorano con me e mi danno molta forza".
Tu, che già nel 1971 con “Il gigante e la bambina” parlavi di violenza sui minori (e all’ epoca non fosti capito) sei impegnato su molti fronti assistenziali. Il rapporto con il professor Melazzini è però speciale.
"Lui è una persona eccezionale. Ci conosciamo da vent’ anni. Per lui, con Tosca, sono tornato a Sanremo nel 2006 con “L’ uomo delle stelle”, al solo scopo di promuovere l’ Aisla. E’ un grande medico che oggi, da malato, sapendo bene le sue condizioni, si prodiga senza risparmio nella lotta contro la Sla. E’ presente ad ogni concerto, e insieme parliamo di malattia, dignità di chi soffre e fine della vita. Mi ha confessato che un volta, nel periodo di massimo sconforto, ha anche pensato di lasciarsi andare, ma poi è successo “qualcosa” che l’ ha reso entusiasta e forte".
Riferendoci al “caso Eluana”, si può dire che la sua sia una visione personale delle scelte di termine della vita?
"Da credente, come me, ha una presa di coscienza ma anche una posizione molto più “umana” e rispettosa della libera volontà dell’ individuo, distante dalle strumentalizzazioni politiche. Anche se la nostra vita non ci appartiene del tutto. Ma lui si spiega benissimo durante lo spettacolo".
C’è una speranza di cura per questa terribile malattia degenerativa del sistema nervoso, che ha colpito anche il calciatore Borgonovo e che una volta si conosceva come il “morbo di Lou Gehrig?
"Certamente, anche se non in tempi brevi. I ricercatori conoscono la strada da seguire. La decisione di Obama di liberare la ricerca sulle cellule staminali è importante ma non determinante nel caso della Sla. Mario mi dice che in Italia abbiamo alcuni tra i migliori ricercatori al mondo, ma servono soldi per andare avanti".
Notizia recentissima, un gruppo di ricerca che comprende anche dieci Centri italiani, ha isolato il gene che regola la malattia. A capo di tutto il reparto di Neurologia dell’ ospedale Molinette di Torino diretto da Roberto Mutani e Adriano Chio’. Forse i tempi si stringono.
Ron, tornando allo spettacolo, Lucio Dalla appare come uno sprone alla tua creatività, quando ti dice di “non pensare solo al successo delle canzoni ma alla qualità”.
"Beh, tutto sommato gli ho dato retta, credo.Lucio è un amico vero. Nel nostro ambiente è difficile avere un rapporto sincero tra colleghi. Con Lucio c’è. E poi è una persona creativa e onesta, che adesso cerca strade diverse da quelle della canzone. Anche se adesso è in studio a registrare musica e ha spento il telefonino…".
Rifareste assieme un tour come “Banana Republic” del ’79, magari ancora con Francesco de Gregori?
"So che l’ hanno chiesto a Lucio e lui ha risposto di no, che non è il momento. Magari, in futuro. Adesso lui ha le sue cose e io ho questo spettacolo, che il prossimo anno vorrei portare in cartellone nei principali teatri italiani".
Hai detto di essere deluso da Discografia e Televisione. E i “reality” musicali o “Talent show” che dir si voglia?
"”X Factor” non mi dispiace perché prende anche gente dalla strada, dando una reale possibilità. Quello che non sopporto invece è vedere litigare i ragazzi di “Amici”. E’ volgare e diseducativo. E’ una cosa odiosa: davvero orrendo".
Un giudizio sul Festival di Sanremo, allora?
"Lo guardo, ovviamente. Non mi viene molto da dire. Mi sono piaciuti alcuni giovani, per esempio Simona Molinari. Arisa? Molti dicono che la sua canzone, “Semplicità”, ricordi molto la mia “E’l’Italia che va”… ".
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