
Milano
NOSTRO SERVIZIO
Molti dei nostri cantanti e cantautori, non tutti, troverebbero in Manu Chao lo specchio di quella "pietas" nei confronti del Mondo Infelice che loro hanno tante volte cantato in passato, ma che oggi hanno perso di vista. I nostri superdivi stanchi e miliardari non c'erano però in Piazza del Duomo a Milano per un' adunata che, seppur gratuita, non è stata da meno di quella per Vasco ad Imola. Ragazzi con le bandiere e non, con ideali o solo con il gusto del divertimento, hanno riempito la grande piazza solo al tramonto, e in pochi minuti: tremila sotto il sole alle 19, sicuramente centomila solo in piazza alle 21.30, quando la festa è cominciata.
C' erano quelli che "non Siamo solo noi", che pensano agli altri, magari ingenuamente e un po' manipolati da quelli più grandi di loro. La politica, insomma, in barba a una Città e a una Nazione che solo nella forma sta andando a Destra ma che vede crescere tra i giovani una consapevolezza evidente per un futuro di cui vorrebbero essere protagonisti e non usufruttuari. Ecco perché Manu Chao riempie le pagine dei giornali non solo per "costume e spettacolo" ma come fatto di politica internazionale, al punto che un neo Ministro della Repubblica vorrebbe civettare con lui, senza trovare risposta. Tutti pronti a "sparare sul pianista", o sul cantante.
L' ex leader dei Manonegra lo sa, e così non dà pubblicità alla sua "force de frappe" sociopolitica che per ben tre volte sale sul palco della "Festa della Musica" e parla ai giovani, facendo masticare amaro la Giunta milanese neo eletta che di questo evento si era fatta vanto in questi giorni come prova di tolleranza e comprensione ma evidentemente con poca conoscenza del personaggio che, ricordiamo ai pochi che non lo conoscessero, da sempre ha scelto la strada della lotta al Sistema, come si diceva una volta, attraverso musica e parole, dischi venduti, Internet, tam tam urbano, intellighenzia, e quant' altro sul Mercato.
Così, prima di "Proxima estaciòn: Esperança", titolo del recente album seguito logico di "Clandestino" nonché undicesimo brano dei 37 eseguiti in due ore e mezza di show, salgono sul palco le "Tute bianche" dei giovanissimi ragazzi dell' Officina Bulk del Centro Leoncavallo, e parlano del "G8". Poi, mezz'ora dopo, è la volta dei nomadi del campo di Via Barzaghi, dietro il Cimitero Monumentale, che a loro volta presentano un "sans papier". E alla fine arrivano quelli del "Genoa global", cioè i "buoni" che manifesteranno dal 19 al 21 luglio contro il Vertice globalizzatore. Politica, ancora, senza sotterfugi o connivenze.
Lo show milanese di Manu Chao, con i suoi dieci musicisti, tutti bravissimi, va visto oltre il fenomeno musicale (che anche in Italia ha epigoni di valore con Mau Mau, Yo Yo Mundi e Modena City Ramblers, questi ultimi venuti a salutare l' amico diventato grande star) che comunque esiste e, qui sta un' altra similitudine con i nostri cantautori degli anni Settanta, vola ai vertici delle classifiche europee al primo posto, in attesa di trovare una "breccia", se gli sarà consentito, per penetrare anche nella Fortezza Usa e chiedere lo scalpo dei vari Ricky Martin.
La grande comunicatività del suono etnico, primordiale, dei "fiati" usati con grande intensità, condisce uno show in cui coesistono le nuove canzoni, quelle del precedente album "di viaggio", cioè realizzato durante le lunghe e istruttive trasferte con ogni mezzo, e il passato dei Manonegra, ma anche Marley e addirittura una manciata di canzoni mai registrate, alla faccia dell' Industria discografica e di Napster. Il pubblico però ascolta, balla e poi pensa anche un po'; anche quelli che, confusi tra i centomila di Piazza del Duomo (la Questura diceva 70mila alle 21) inizialmente fischiavano i ragazzi in tuta bianca che parlavano sul palco, ma che alla fine hanno ascoltato e appaudito. Milano meno "da bere" e più "da riflettere" insegna che forse la "prossima fermata" non è solo Genova, ma la Vita, possibilmente su questo Pianeta.
Bruno Marzi
Aggiungi commento
Commenti