Prendo spunto da un lutto odierno. A ottantaquattro anni (e, credo, troppe sigarette. Azzardo) è mancato Nino Allione, che conoscevo bene per interposta persona, e cioé la moglie Serena Zambon, anche lei giornalista e con la quale avevo collaborato a lungo in Mondadori, unitamente a Vera Montanari e Cristina Berretta (tutte donne, e vabbé... ). Molti anni fa - forse troppi per entrambi - Serena (capelli rossi e un bel sorriso ma professionalmente serissima) mi parlava di Nino, milanese di nascita e veneto d'adozione - il contrario di lei - già allora precoce e amato direttore di testate storiche di quella bella terra come Il Giornale di Vicenza, L'Arena di Verona, e poi anche Bresciaoggi e Il Tempo di Roma. E mi fermo qui; tanto mi avete capito benissimo. Quando due giornalisti vivono assieme (penso a Marinella e al compianto Mimmo) è naturale che ne derivi una umana comprensione, per i tempi tecnici professionali, le dislocazioni geografiche e quant'altro.All'epoca, Serena mi disse che, se avessi voluto, avrei potuto lavorare con lui a Vicenza, tanto era la stima che ci legava, e della quale la ringrazio. Forse, il non avere accettato rientra tra i tanti miei rimpianti. Ricordo il farci compagnia nel palazzone di Segrate perché lei aveva un'intervista telefonica che tardava e io dovevo scrivere di corsa sui Duran Duran, o chi per essi...Il giornalismo è questo, fuor di metafora e voli pindarici. Grande sacrificio e umiltà. E un po' di rispetto per grammatica e sintassi. Mi direte che oggi accade esattamente il contrario. E' vero. Le losche figure che commentano in tv Garlasco - tutte da una sola parte della barricata ahimé, o per fortuna - per esempio non rinunciano a farsi chiamare "dottore" (moltissimi, me compreso e in illustre compagnia, non lo sono per scelte pratiche) e pensano più alla forma che ai contenuti, e se per caso scrivono ancora qualcosa da qualche parte, è più la bile a guidarli che un'etica professionale smarrita da tempo, se mai posseduta.Tutti alla scuola di Vespa, ahimé, che però un po' di gavetta in tempi non sospetti deve averla svolta, se non altro per un fatto di età. Allora, perché di gente come Nino Allione, o il mio primo direttore al Gazzettino Giorgio Lago, non ce n'è più?Se è per questo, non esistono più i correttori di bozze, i titolisti veri, i dimafonisti, i redattori che insegnano il mestiere, gli editori puri e via dicendo. Tutti a cercare il privilegio anche politico, sapendo di essere sempre meno. Pecunia non olet, tantomeno di questi tempi. Se poi sei piuttosto ignorante di tuo (i giornali online sono drammatici, ma anche quelli cartacei) il conto è presto fatto. Ed è chiara una cosa importante. La categoria dei collaboratori è sempre stata la forza trainante per la qualità di un giornale. I direttori di una volta, come Allione e non solo, lo sapevano benissimo. Ai tempi di Giorgio Lago al Gazzettino, per esempio, io stesso ero tenuto in palmo di mano. La situazione cambiò molto con l'arrivo del gruppo Caltagirone e direttori travicello, con mortificazioni varie anche per gli assunti. Anche in questo caso ne so qualcosa, perché il mio chiaro diritto all'assunzione (3800 servizi giornalistici in ventiquattro anni) fu cassato da un giudice incompetente e da un appello-farsa in stile "Un giorno in Pretura". Morale: la mia misera pensione Inps nulla ha a che vedere con quelle faraoniche dei giornalisti assunti (spesso definiti ex lege "professionisti" oltre i meriti) della mia generazione. Me ne sono fatta una ragione, perché non mi manca nulla. Forse i debiti dei tempi di lavoro sottopagato... Quello che mi dispiace è che i direttori veri, alla Nino Allione o Giorgio Lago o per i settimanali Umberto Brindani, sono ormai quasi estinti - scongiuri! - e chi ne paga le conseguenze è il pubblico.
Un forte abbraccio affettuoso alla mia amica Serena.
Ho preso l'immagine dalla pagina dell'Ordine dei Giornalisti veneto. La somiglianza con il mio amico Br1 è imbarazzante...
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