Nella lingua tosca si intitola "Robin Hood - Il prezzo del sangue", e il senso cambia di un buon ottanta per cento. Hugh Jackman, per questa volta, non veste i panni del solito supereroe Marvel, Wolverine, ma dell'antieroe per eccellenza che, un po' come per Artù e la sua spada, nasce e cresce nel limbo tra storia, poca, e leggenda, molta. E' anche produttore del film diretto da Michael Sernoski e co- interpretato magistralmente da Jodi Comer, nel ruolo della magnetica e umanissima, vagamente sorcière, Sister Brigid, guaritrice dal passato tenebroso e priora di una comunità dedita al salvataggio dal Male e dal dolore. Molti cronisti pruriginosi hanno trovato richiami a Sister Brigid Arthur, personaggi reale dell'impegno sociale ai giorni nostri.Rispetto alle leggende più note, la morte dell'anziano e redento Robin Hood - una vita di violenza estrema - non avviene per una vendetta ma per sua scelta che oggi chiameremmo "assistita". Una "redenzione" insomma. Non sto svelando nulla di due ore di film fascinosamente lento ma anche ricco di azione, di lotta e pace, didascalicamente oscuro ma alla ricerca della luce, in certi momenti molto Vermeeriana (vedi foto). Posso sembrare vagamente criptico - nemmeno vagamente - ma in realtà è la visione fino alla fine del film, da poco uscito in sala, a far comprendere la visione generale del "drama". Sernoski dirige con polso fermo e senza troppe digressioni o svolazzi. Della recitazione, ho già dato sintesi. L'uso della luce e del buio è eccellente, così come il tagli delle inquadrature. Ve lo dico subito. "The Death of Robin Hood" è un film che divide il giudizio in maniera dicotomica, come del resto ha fatto con la critica paludata.
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